Nella lunga notte dei “progressisti” molti hanno abdicato alla dimensione politica per abbracciare una prospettiva moralistica. È evidente che la politica, come prassi, è l’ambito del fare e che essa condivide il campo con l’etica. Tuttavia l’indignazione moralistica è un buon innesco per il ragionamento politico, ma non fornisce analisi.

E invece il dramma più profondo che la cultura di sinistra sta attraversando è proprio l’idea che occorre un impegno diretto, “disintermediato” dall’analisi: occorre agire, ovvero dedicarsi all’azione senza troppi distinguo, senza troppe sottigliezze (“Mettiamo i nostri corpi sulle navi che salvano i migranti”. Un anno fa: sì vabbè).

Il ragionamento rallenta l’azione, la rende inefficace, il ragionamento divide i fronti, e quando c’è da combattere le truppe non hanno bisogno dei caca-dubbi. Del resto lo diceva anche il principe Andrej in Guerra e pace: “Non soltanto a un buon condottiero non è necessario il genio né qualsiasi particolare qualità, ma, al contrario, gli è necessario esser privo delle qualità più alte e migliori dell’uomo: l’amore, la poesia, la delicatezza, il dubbio del filosofo e dell’indagatore. Deve essere limitato d’ingegno, fermamente convinto che quel ch’egli fa è molto importante”.

Etica della convinzione a manetta, è ritornata prepotente la logica dei pasdaran. Il fenomeno si registra perlopiù nelle discussioni a proposito della questione migratoria. Ecco, lo diciamo subito: è evidente – come ho già scritto più volte – che chi è in mare ha da essere salvato senza se e senza ma; così come è evidente che l’Italia non si fa mettere in croce da 50 migranti, ma neanche da 100mila, essendo un paese che ha non solo le capacità, ma il dovere di accogliere.

Ma neanche queste premesse bastano ad autorizzare poi, acquisito questo assunto, un ragionamento ulteriore. “Tu sottilizzi, tu cavilli, basta con la filosofia!” è quanto si sente dire a chi si volesse interrogare sui problemi giuridici, filosofici, politici, storici e morali della questione migratoria e del contestuale contegno del governo.

Ciò di cui non si rende conto il progressista – il quale, ironia della sorte, è spesso un intellettuale che ti dice di non fare troppo l’intellettuale! – è che così dimostra di aver introiettato tutti i peggiori pregiudizi di destra sull’attività intellettuale. È noto che da sempre la “cultura di destra” ha accusato la sinistra di “chiacchierare” in modo inconcludente, senza fare. Ed è altrettanto evidente, storicamente registrato, che servire la Causa vuol dire che si sarà ugualmente zelanti nel servire qualsiasi altra causa, pure diametralmente opposta. Insomma, quel che non si comprende è che è su questo terreno che si completa l’egemonia culturale della destra. Un’egemonia che – sia detto per inciso – poi si riverbera nella scuola, nell’università, dove il diktat diventa “imparare a fare, non ad arzigogolare”.

Eppure il tanto citato Umberto Eco, quello che “la rete dà la parola a milioni di imbecilli”, diceva – in una conversazione con Stuart Hall, padre dei cultural studies – che se nel Sessantotto gli intellettuali erano dei Berretti verdi, ora (eravamo nel 1985) il loro ruolo è piuttosto di creare crisi, non di risolverle. E citava la figura del Barone rampante calviniano: partecipare alla Rivoluzione francese stando appollaiati sulle cime degli alberi. Ma soprattutto, sempre Eco ricordava come l’avversione agli intellettuali abbia una lunga storia: la parola, che forse nasce in Francia da Barbey d’Aurevilly nel 1864, viene usata in modo massiccio nell’affaire Dreyfus. Clemenceau aveva definito i difensori del capitano “intellettuali”, ma il termine era stato ripreso dagli antidreyfusardi in tono spregiativo: cosa vogliono costoro, che invece di occuparsi di poesia si occupano di spionaggio? Dunque o gli intellettuali si sporcano le mani, oppure è meglio che non si interessino di cose concrete, che non ci tedino coi loro distinguo.

E invece gli intellettuali si sporcano le mani anche quando non se le sporcano. Porsi la domanda se si possa fare a meno dei distinguo, per esempio, è una domanda filosofica. E la può porre solo chi ha deciso di essere “ospite ingrato”, di “non sentirsi come in casa propria. Neanche in casa propria”, come diceva Franco Fortini. Non avere una casa, essere amici non dico della Verità (vaste programme!) ma della propria coscienza e dell’onestà intellettuale, senza abdicare alla funzione di caca-dubbi. Ché il dubbio del filosofo non servirà ai capitani, come diceva Bolkonskij, ma serve agli intellettuali.

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