Corruzione e rivelazione di segreti di ufficio. Con queste accuse la Guardia di Finanza di Como ha arrestato Roberto Leoni, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Como che attualmente ricopre lo stesso ruolo a Varese. In carcere sono finiti anche Stefano La Verde, funzionario già in servizio a Como e ora capo area dell’ufficio legale dell’agenzia a Pavia, i due commercialisti Antonio e Stefano Pennestrì e Andrea Butti, titolare del 33,33 per cento del capitale sociale della Tintoria Burri.

Secondo quanto emerso dalle indagini della Guardia di Finanza, dietro alle azioni portate avanti dai cinque arrestati c’era un vero e proprio schema corruttivo, ideato dai due commercialisti, che promettevano e in parte corrispondevano somme di denaro a La Verde e Leoni per sapere chi era inserito nelle liste riservate dei contribuenti sui quali l’Agenzia delle Entrate di Como avrebbe fatto accertamenti nel 2019. I due professionisti utilizzavano poi le informazioni comunicando ai diretti interessati l’imminente avvio di una verifica fiscale. La Verde e Leoni si sarebbero anche mossi per far ottenere indebite riduzioni del debito erariale dovuto a titolo di imposte, sanzioni ed interessi dai contribuenti da varie aziende e studi professionali.

Prima del trasferimento a Varese, Roberto Leoni si sarebbe inoltre impegnato a favorire la chiusura di uno degli accertamenti in cambio di 25mila euro. I problemi sono arrivati proprio dopo il suo trasferimento: il nuovo direttore dell’Agenzia delle Entrate di Como non avrebbe accettato la transazione, nonostante le presunte insistenze di La Verde. Leoni, invece, avrebbe continuato a portare avanti la condotta illecita anche dopo il trasferimento a Varese. L’indagine nasce dalle segnalazioni alla procura da parte di due funzionari della Agenzia delle Entrate di indebite ingerenze in alcune pratiche effettuate dal direttore indagato.

Le Fiamme Gialle hanno eseguito perquisizioni in diverse aziende tessili della provincia di Como, aziende che si sospetta abbiano ottenuto favori e sconti sugli accertamenti fiscali grazie al rapporto tra lo studio Pennestrì e l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate. Nel 2013 Pennestrì aveva patteggiato un anno e mezzo di reclusione al termine di un’inchiesta su un giro di 7 milioni di euro di false fatture nella gestione della “Ginnastica Comense”, società sportiva di cui era stato presidente e che era poi fallita. Il patteggiamento prevedeva la confisca di beni immobili di proprietà per due milioni e mezzo di euro.

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