Se c’è qualcosa da ricordare, in questo World Refugee Day, a parte la spaccatura tra chi vede i richiedenti asilo/rifugiati come fumo negli occhi e chi invece chiede politiche umane e ragionevoli, è di non smettere di pensare a come uscire dall’impasse attuale.

Matteo Salvini e Viktor Orbàn passeranno, perché la situazione che le loro non-politiche sui rifugiati hanno creato – aumento dell’illegalità, marginalizzazione di una fetta consistente della popolazione e annichilimento dello stato di diritto – non possono, sul lungo periodo, che polverizzare i delicati rapporti interni alla società. Salvini bullizza e ridicolizza a tempo pieno chiunque non la pensi come lui e questo clima da guerra civile, oltre ad aver sdoganato una certa subcultura dell’intolleranza, rischia di lasciarsi alle spalle macerie, quando la sua fortuna politica sarà giunta al termine.

Ecco perché, nella Giornata mondiale del Rifugiato, un esercizio utile per chi non si è arreso all’ineluttabilità della trincea contro nemici pelle e ossa, nemiche violate nella loro intimità o nemici alti meno di un metro che ancora neanche parlano è proprio pensare a come invertire la narrazione tossica che ha trasformato la violenza e il razzismo in ragionevolezza.

Ma per fare questo, “radical chic”, “sinistra”, “centri sociali” e tutte le altre etichette del disprezzo, usate come parafulmini delle frustrazioni da primo mondo di una parte consistente dell’Italia, devono avere un programma sull’immigrazione. Un piano che non è i salvataggi nel Mediterraneo e non è “ci servono manodopera o nuovi italiani per una nazione in declino”. O almeno non solo. Ciò che fa Sea Watch, l’impegno di chi assiste i richiedenti asilo e tutta la macchina etichettata in maniera immonda come business è preziosa, ma non può essere il punto di arrivo di una politica solida e duratura su migranti e richiedenti asilo.

A cominciare dalla stessa definizione di richiedenti asilo/rifugiati: la Convenzione di Ginevra ha bisogno – probabilmente – di essere rivista e aggiornata, perché quella del 1951 non è più adatta ai tempi (disclaimer: ho detto rivista e aggiornata, non abolita). Ma trattandosi di una tematica ampia e fuori dalla portata dei singoli governi (anche di quelli che cercano di innovare il diritto internazionale per decreto) questi ultimi possono, comunque, ripartire rilasciando visti di lavoro a chi vuole trasferirsi in Europa. Quanto costano la militarizzazione delle frontiere e la tecnologia biometrica? Quanta efficacia hanno in presenza di numeri, quelli di migranti e richiedenti asilo, sostanzialmente irrilevanti per un continente come l’Europa? 

E la sfida della sinistra deve ripartire da qui: non abbracciando il credo del “frontiere chiuse” che non risolve nulla e fa solo salire il costo delle traversate irregolari; ma neppure esautorare la politica dal discorso umanitario. Sì assoluto all’accoglienza, ma sì anche alla politica. E il primo passo della politica è quello di riformare il Regolamento di Dublino e pretendere che tutta Europa condivida questo sforzo.

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