Avevo proposto tempo fa che Trieste si candidasse a capitale mondiale della gaffe. Quasi a dar seguito alla mia proposta arriva l’ultima delle rutilanti iniziative della giunta di centrodestra: l’erezione (mi spiace, ma è il termine tecnico) di una statua a Gabriele D’Annunzio. Tranquilli, nessuna statua equestre, con il poeta che cavalca a spadone sguainato (altro simbolo fallico, lo so). Niente di tutto ciò: il Vate viene ritratto mentre legge una pila di libri in Piazza della Borsa. Capite, legge libri: cosa che, da educatore della sventata gioventù triestina, trovo non solo simpatico, ma quasi pedagogico.

Però i triestini, cui non la si dà a bere così facilmente, si sono adombrati. In città, in effetti, ci sono statue simili di Joyce, Svevo, Saba: tutta gente che parlava correntemente il triestino, mentre D’Annunzio, al massimo, parlava un suo italiano di fantasia, poi entrato nell’uso: Rinascente, velivolo… Obiezione peraltro fugata da Claudio Magris, massimo interprete della triestinità. Il Vate, è vero, non ha niente a che fare con Trieste ma, se è per questo, ha poco a che fare anche con il fascismo, da cui lo separava, oltre alla cultura, una merce ancora più rara: il senso dell’umorismo. E poi, diciamocelo, D’Annunzio avrà anche scritto delle autentiche troiate ma, vivaddio, è pur sempre un Poeta.

Magris, come sempre, mi aveva quasi convinto quando è intervenuto l’autentico professionista della gaffe, il sindaco Di Piazza, che i triestini rieleggono proprio perché li tiene di buon umore. Il sindaco ha detto – pure qui riassumo, ma abbastanza sicuro di non tradire il Pensiero del Nostro – che tutta la disputa è una monata novecentesca: ancora l’opposizione fascismo/antifascismo, ma scherziamo? La statua a D’Annunzio, oltretutto, non sarebbe dedicata neppure a lui – un uomo di cultura, figuriamoci – bensì all’Impresa di Fiume, di cui il 12 settembre ricorre il Centenario.

Ah, ecco: l’Impresa di Fiume. Quando il Vate, con tutta la sua corte di disertori, amanti e alani (i suoi cani da salotto), occupò la città istriana, salvo esserne buttato fuori, dopo più di un anno di dittatura dadaista, dal Regio Esercito Italiano. Ottima iniziativa davvero, per incrementare il turismo e migliorare le relazioni con i paesi confinanti. Ma Di Piazza è così, quando è visitato da un’idea non ce n’è per nessuno. Pensate che per informarsi sulla vicenda ha letto persino un libro su D’Annunzio, L’amante guerriero di Giordano Bruno Guerri, chissà se inizialmente scambiato per un soft-porno. E questo chiude il discorso: aridatece D’Annunzio, geniale cialtrone, precursore della cialtroneria contemporanea. Però io resto della mia idea. Ci farebbe più pubblicità, e costerebbe meno, candidarci a capitale mondiale della gaffe.

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