Negli Stati Uniti la crisi dei prestiti universitari ha raggiunto una cifra iperbolica, producendo 1.560 miliardi di debiti, l’8% del prodotto interno lordo del paese. Ogni ex studente si è caricato un debito di quasi 30mila dollari; e per farlo studiare, la famiglia si è indebitata a sua volta per più di 35mila. Il fardello affligge non soltanto i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro, ma anche gli anziani pensionati.

Tre milioni di americani con più di 60 anni devono restituire oltre 86 miliardi di dollari in prestiti studenteschi ancora da pagare. “Una montagna che non potrò mai scalare, sono terrorizzata” ha raccontato in televisione un’anziana consulente familiare di 76 anni, ancora gravata da un debito di 40mila dollari che potrebbe seguirla nella tomba.

Il debito universitario che gli ex studenti americani si trascinano per anni e anni, lungo la propria carriera lavorativa e anche oltre, potrebbe diventare un tema importante della campagna presidenziale del 2020, forse più delle pulsioni protezionistiche degli agricoltori e degli operai. Non bastano i gesti esemplari di remissione del debito da parte dei filantropi, come Robert Smith e Ken Langone, per sanare la piaga. Alcuni economisti prevedono che, entro il 2023, il 40% dei mutuatari potrebbe non onorare il debito contratto, con un impatto paragonabile a quello della crisi dei mutui subprime.

La senatrice Elizabeth Warren, candidata democratica, propone di cancellare fino a 50mila dollari di debito dovuto ai prestiti d’onore, un sollievo per 45 milioni di americani. Una virata completa poiché, negli ultimi anni, l’amministrazione di Donald Trump e i governi statali hanno preferito tagliare le tasse a miliardari e corporate; e scaricare il costo dell’istruzione superiore sugli studenti e sulle loro famiglie. La remissione del debito formativo sarà un tema rilevante della prossima campagna elettorale, così come lo furono i temi sollevati da Bernie Sanders e accantonati dai dirigenti democratici, con il prevedibile effetto di condurre Trump alla vittoria del 2016.

Negli Usa, oltre il 66% dei laureati da università pubbliche e il 75% da quelle private ha contratto prestiti d’onore. Se, oltre al debito per la laurea, si considera quello per la specializzazione, la somma aumenta vertiginosamente: dai 50mila dollari di chi opera nel campo scientifico ai 140mila di un avvocato e ai 160mila di un medico. Circa il 12% dei debitori sono in ritardo o addirittura in default. E la questione del debito formativo – quello in soldoni e non quello figurativo che accomuna l’Europa dei crediti formativi universitari – ha molte sfaccettature.

Il debito formativo influenza fortemente la vita privata, soprattutto quella matrimoniale. Le coppie gravate da questo tipo di debiti hanno maggiori probabilità di ritardare il divorzio a causa dei costi legali, che negli Stati Uniti possono arrivare a 20mila dollari se ci sono figli. Inoltre, questo debito è un fattore che favorisce i divorzi, come afferma il 13% degli intervistati da Student Loan Hero.

Non è soltanto una storia americana, come racconto in Morte e Resurrezione delle Università. Nel Regno Unito gli studenti si laureano sotto il peso di un debito che può arrivare a 50mila sterline, da ripianare una volta trovato lavoro. Quando diventa tassativo ottenere un voto eccellente per garantirsi qualche borsa di studio, e poi un impiego ben pagato, la pressione sale e diventa insopportabile per chi non riesce a reggere lo stress. E nel 2015 più di 100 studenti si sono tolti la vita. Fenomeni analoghi si stanno registrando in India, dove la questione tocca soprattutto chi si perfeziona all’estero, e anche in Cina.

In Italia? Nel 2018 il Miur aveva inviato un questionario agli studenti universitari per valutare l’eventuale introduzione del prestito d’onore come metodo di pagamento dei costi dell’istruzione universitaria, sulla quale il paese investe una quota di Pil tra le più basse dei paesi dell’Ocse. La questione è tuttora controversa e non emerge ancora una tendenza precisa, anche se appare già evidente che i destinatari non applaudirebbero a questa novità. Ma nessuno dubita che la trasformazione dell’educazione dei cittadini in un’operazione finanziaria farebbe abbassare ulteriormente l’attuale quota, già imbarazzante, di laureati del nostro paese, circa il 18% della popolazione contro una media Ocse del 37 per cento.