Di Ahmadreza Djalali, lo scienziato condannato a morte in Iran per la ridicola accusa di spionaggio, abbiamo scritto recentemente in questo post.

Da allora, le sue condizioni di salute sono peggiorate. Secondo un medico che lo ha incontrato nel carcere di Evin all’inizio dell’anno, Djalali ha bisogno di essere visitato da un ematologo e da un oncologo. Analisi del sangue ripetute tre volte hanno evidenziato un bassissimo valore di globuli bianchi. Dal giorno del suo arresto, il 26 aprile 2016, Djalali ha perso 24 chili e attualmente ne pesa poco più di 50.

A febbraio, lo scienziato ha rifiutato di essere visitato fuori dal carcere: la condizione umiliante che gli era stata imposta era che il trasferimento in ospedale avvenisse in manette e con l’uniforme da detenuto.

Da allora, non se n’è più parlato. Non è stata fissata neanche la visita di controllo che era stata suggerita dopo l’operazione all’ernia cui Djalali era stato sottoposto lo scorso novembre. Anche in quell’occasione, era stato trattato crudelmente: due giorni di degenza coi piedi legati al letto d’ospedale e poi fatto ritornare in tutta fretta in carcere, contro il parere dei medici.

Il mondo accademico e le organizzazioni per i diritti umani continuano a mobilitarsi e a inviare appelli alle autorità iraniane chiedendo l’annullamento della condanna a morte di Djajali e, fino ad allora, la fornitura delle cure mediche di cui vi è assoluto bisogno.

Il 4 giugno la moglie Vida lancerà un nuovo appello da Roma (l’appuntamento è alle 18.30 a palazzo Merulana). Ma a molti inizia a venire un atroce sospetto: per evitare le proteste internazionali che susciterebbe la sua esecuzione, non è che le autorità iraniane stanno facendo in modo che Djalali deceda per malattia in carcere?