In una lettera aperta indirizzata alla Guida suprema dell’Iran Ali Kamemei, 121 premi Nobel hanno chiesto che il ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, arrestato nel 2016 e poi condannato a morte per “spionaggio”, possa “tornare a casa da sua moglie e dai suoi figli e continuare il suo lavoro accademico a beneficio dell’umanità“.

Djalali, ricercatore specializzato in Medicina dei disastri, nato in Iran e residente in Svezia, già collaboratore dell’Università del Piemonte Orientale, è stato arrestato nell’aprile di due anni fa in occasione della sua ultima visita accademica in Iran, su invito ufficiale dell’Università di Teheran.

Costretto a firmare una dichiarazione di colpevolezza, poi trasmessa in tv, sotto la minaccia di morte per i suoi figli e la sua famiglia, nell’ottobre 2017 Djalali è stato condannato alla pena capitale per “collaborazione con un governo ostile”: aveva, secondo l’accusa, passato informazioni al Mossad (i servizi d’intelligence israeliani) su due scienziati nucleari iraniani poi assassinati.

Djalali non solo ha respinto l’accusa ma, in una lettera fatta uscire dal carcere di Evin, ha scritto di essere stato imprigionato per aver rifiutato di fare la spia per conto del ministero dell’Intelligence iraniano. Il 5 dicembre 2017 la Corte suprema ha confermato la condanna a morte. Le condizioni di salute di Djalali sono notevolmente peggiorate a causa delle cure mediche inadeguate ricevute in carcere, tanto che si è reso necessario un ricovero ospedaliero. Ecco la lettera aperta dei 121 premi Nobel, che ha come primo firmatario Sir Richard Roberts, biochimico inglese, vincitore del riconoscimento nel 1993:

Spettabile Guida suprema Ayatollah Ali Khamenei,

nel mese di novembre 2017, e di nuovo nel febbraio 2018, scrissi a nome di un gruppo di Premi Nobel sulla situazione di uno studioso di medicina, il dottor Ahmadreza Djalali, arrestato durante una visita accademica a Teheran nell’aprile 2016. Ora sappiamo che le condizioni di salute stanno peggiorando rapidamente e che lui è in ospedale e ha un disperato bisogno della migliore assistenza medica possibile. Alla luce delle prove di cui siamo a conoscenza, merita un processo equo, che dovrebbe portare alla sua liberazione.

Ora abbiamo 121 premi Nobel a sostegno di questa causa, e vorremmo sollecitarvi a partecipare a questo caso personalmente e accertarvi che il dottor Djalali sia trattato in modo umano ed equo e che venga rilasciato prima possibile.

Vi chiediamo rispettosamente di indirizzare le autorità iraniane affinché il dottor Djalali ritorni a casa da sua moglie e dai suoi figli e continui il suo lavoro di studioso a beneficio dell’umanità.

Cordiali saluti

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