Avellino ha cuore, energia e difesa, ha Sykes, Harper e Udanoh. Ma se il migliore in campo per Milano è Cinciarini, con tutto il rispetto, basta questo per spiegare come coach Pianigiani si trovi alla guida (si fa per dire) di una squadra di bravi giocatori allo sbaraglio. Le gare-3 dei playoff scudetto di basket cominciano con il botto: l’Olimpia perde 69 a 62 ad Avellino e si trova ora nell’assurda situazione di dover vincere per sopravvivere ed evitare lo sfacelo. Tutt’altra sconfitta quella di Brindisi che sul parquet di casa ha costretto Sassari alla battaglia: nonostante i sardi abbiano tirato con un irreale 59% dal campo, la partita è stata in bilico fino alla sirena. Coach Pozzecco è imbattuto da 19 partite consecutive e raggiunge la semifinale con un prezioso 3-0. Ora la domanda è lecita: da qui alla fine le potrà davvero vincere tutte?

Ci ha provato a chiudere la serie anche Cremona, ma a Trieste ha trovato un Dragic che ancora non ha voglia di andare in vacanza: 26 punti per lo sloveno nella vittoria per 91 a 86. La squadra di coach Dalmasson ha dimostrato che in casa sa tirare meglio dall’arco e trovare l’intensità per far valere la lunghezza della sua panchina rispetto a quella della Vanoli. Così come Trento, rientrata tra le mura amiche, ha finalmente inserito la modalità playoff che nelle ultime due stagioni ha portato una finale e una semifinale. Da metà secondo quarto Venezia non ha più opposto resistenza, arrivando anche a un -24 di massimo svantaggio prima del 72 a 59 finale. A Trieste e a Trento, c’è da giurarci, sarà di nuovo battaglia anche in gara-4. 

Milano invece è a un passo dal baratro, sotto 2-1 nella serie con l’ottava in classifica e costretta a tornare in campo al Del Mauro. Sicuro servirà una partenza diversa da quelle da incubo viste finora. In gara-3 solo i punti di Cinciarini hanno tenuto in scia i biancorossi dopo le scorribande di Sykes e Young (poi fermato da un infortunio). Avellino non inventa nulla di strano: transizioni veloci e difesa con la bava alla bocca collassando dentro l’area. Tanto basta per vedere la scritta tilt lampeggiare sulle maglie dell’Olimpia. Il paradosso è che quando Nedovic (sì, era rientrato pure lui) si ricorda chi è e Milano torna sotto, dovrebbe essere Avellino a boccheggiare. Invece nell’ultimo quarto Nichols stoppa, Filloy segna e gli ospiti hanno le mani sui fianchi. D’altronde a Pianigiani riesce anche il miracolo di trasformare in una panchina corta il roster dell’Olimpia, lasciando di fatto quasi sempre a sedere 4 giocatori su 12. Milano si ritrova a giocare potenzialmente l’ultima partita della sua stagione e tutto sembra lasciato al caso, all’improvvisazione, alle fiammate dei singoli. Come in un qualsiasi match di pre-season.

Con un 87 a 92 nella bolgia del PalaPentassuglia finisce invece definitivamente la stagione di Brindisi che, al contrario, ha ben poco da rimproverarsi. Sassari raggiunge la semifinale grazie a una serie in cui, semplicemente, ogni due tiri ha trovato un canestro. Dopo il 54% dall’arco di gara-2, in trasferta in gara-3 arriva un 27 su 37 da 2 (il 73%). Merito dei soliti Pierre e Thomas, delle triple di Smith – l’ultima, a due minuti dal termine, sgretola Brindisi – di un Cooley che nel pitturato è devastante (20 punti). Nonostante tutto questo, i pugliesi reggono e lottano. La loro grinta è tutta nei 25 punti di capitan Banks: sarebbe bastato un episodio, un fischio, per portare la serie a gara-4. Anche questa volta – e come dargli torto dopo che non perde da mesi – Pozzecco non ha cambiato il canovaccio della sua gestione, talvolta soffrendo le scelte tattiche di Vitucci. Ma se la luna di miele con la retina proseguirà, Sassari ha il profilo della favorita per lo scudetto.

Ad aiutare i sardi c’è anche il fattore riposo. Al netto dell’andamento umorale di Milano, le altre due teste di serie sono costrette a giocare almeno un altro match. Cremona in realtà ha tentato di confezionare il sorpasso al termine di 40 minuti passati a rincorrere. L’operazione 3-0 sembrava infatti già compromessa dopo un primo quarto chiuso sotto 28 a 16: Trieste sfrutta tutta l’energia del fattore campo in difesa e i punti di Dragic come punto fermo in un attacco che altrimenti varia protagonisti e lato forte. Nella ripresa però Crawford si ricorda di essere l’Mvp della stagione e alza il livello: alla fine saranno 26 punti pure per lui. Il testa a testa fra i due sarà uno dei fattori nel resto della serie, così come i punti dalla panchina: 35 per Trieste (con un grande Cavaliero) contro i 25 di Cremona. La squadra di coach Sacchetti è uscita ancora una volta alla distanza, senza però riuscire nella zampata finale. È proprio questa l’incognita per la Vanoli: con rotazioni così limitate, reggere tutta una serie giocata per ora a ritmi altissimi è compito arduo.

Ritmi altissimi che non si vedono invece tra Trento e Venezia: sarà anche merito delle difese, ma il canestro in questa serie sembra avere il diametro di una coppa di champagne. I 72 punti dell’Aquila sono il miglior punteggio raggiunto in tre partite da due squadre che sono arrivate in fondo alla stagione con poco benzina nelle gambe. I padroni di casa, messi con le spalle al muro, trovano al PalaTrento la grinta necessaria per sopravvivere: per la verità la partita parte ancora una volta sonnecchiante (13 a 11 a fine primo quarto!): quando si svegliano Gomes prima e Marble poi (17 punti per entrambi) l’Aquila allunga e Venezia non reagisce. Trento vince con un 40% dal campo: coach Buscaglia può essere soddisfatto della prestazione e della ritrovata energia ma la sensazione è che gli ospiti si siano presi un turno di riposo. Se oltre ad Haynes, anche Vidmar e soprattutto Daye torneranno a trovare il canestro con regolarità, a Trento la pur encomiabile grinta da sola non basterà.