“Il mussolinismo è dunque un risultato assai più grave del fascismo stesso perché ha confermato nel popolo l’abito cortigiano, lo scarso senso delle proprie responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza. La lotta politica in un regime mussoliniano non è facile: non è facile resistergli perché egli non resta fermo a nessuna coerenza, a nessuna posizione, a nessuna distinzione precisa ma è pronto sempre a tutti i trasformismi”.

È molto attuale questa riflessione di Piero Gobetti, il padre della rivoluzione liberale (un giovanissimo padre, perché morì quando aveva 24 anni, a Parigi, provato dalle conseguenze dei pestaggi fascisti).

Scrisse queste parole nel 1922, quando tutti gli altri intellettuali consideravano Benito un giullare di passaggio. Gobetti era pressoché il solo a capire che Mussolini non sarebbe stato un fenomeno transitorio; a Marcello Soleri disse: “State in guardia, perché questo se va al potere ci resta vent’ anni”.

Quasi un secolo dopo, basta sostituire “mussolinismo” e “fascismo” con gli attributi di qualche movimento o partito in voga di questi tempi, inclusi gli “dei” di turno.

Oggi come allora, è sempre difficile capire la storia mentre la si vive.

Purtroppo.

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