L’appello all’unificazione dei sindacati lanciato dal segretario della Cgil, Maurizio Landini, il primo maggio dalla piazza di Bologna è chiaramente un tentativo di togliere la rappresentanza sindacale dalla lunga notte nella quale è immersa: organizzazioni sindacali in costante perdita di associati, incapaci di fare i conti col nuovo mondo del lavoro, fuori dai confini da essi tradizionalmente presidiati; i lavoratori flessibili, i lavoratori autonomi, le nuove professioni del progresso tecnologico e i disoccupati, giovani in particolare. Sindacati attanagliati da consociativismo e corporativismo, la cui forza resiste dove ancora ci sono grandi aggregazioni di lavoratori del pubblico impiego e nel settore del terziario e delle utility, mentre diminuisce nell’industria in declino e nel commercio in forte crescita, smarrendo i connotati solidaristici e confederali.

Una tendenza che ha contaminato negativamente l’uso degli ammortizzatori sociali facendo emergere in maniera netta la distinzione tra aree protette e aree non protette che hanno finito per premiare aziende incapaci di stare sul mercato e penalizzare quelle più innovative. I carrozzoni industriali o dei servizi (vedi Alitalia) sono ancora tenuti in vita artificialmente da risorse pubbliche che avrebbero ben altre destinazioni più eque e più produttive. Anziché difendere il reddito dei lavoratori si sono difese le aziende decotte che hanno finito anche per distorcere la concorrenza. Nelle aziende favorite da una concessione pubblica o da un contratto di servizio dove non si sono mai svolte gare si è finito col premiare i manager con super stipendi e instaurare politiche consociative ai danni della spesa pubblica e della qualità dei servizi per i cittadini. I contesti monopolistici hanno generato appunto sacche di corporativismo, poca trasparenza e poca efficienza che ha finito col distruggere ricchezza e allargare il debito pubblico.

E dunque? Nel pieno di una crisi climatica e sociale, in un mondo globalizzato dove si affermano i paesi più dotati di conoscenza che meglio sanno gestire le risorse emerge la necessità di una transizione equa e socialmente sostenibile capace di redistribuire la ricchezza prodotta da una nuova ‘economia circolare’ che utilizzi energie rinnovabili. L’economia del fossile e del cemento è al tramonto: serve un salario legato alla green economy e una contrattazione sindacale “verde” che favorisca e premi il riciclo e ridia una nuova identità al lavoro. Sarebbe dunque il momento giusto per passare dalla fase attuale di conflitto tra ambiente e sviluppo, come hanno fin qui dimostrato tanti casi, tra cui quello dell’Ilva e dell’Alta Velocità, ad una fase in cui salute e sviluppo sostenibile possano coesistere. La scommessa per le imprese oggi è produrre beni e servizi con energie rinnovabili, grazie al risparmio e all’efficienza energetica.

Anche per il sindacato la scommessa è di tipo ambientale e non certo una scorciatoia corporativa che tanto piace alla politica ma è lontana dai valori fondanti del sindacato. Ed è proprio sui temi ambientali che potrebbe finalmente realizzarsi l’unità sindacale superando una frammentazione ormai anti-storica. Per questo futuro il sindacato deve essere protagonista e preparato. Il risparmio di energia diventa una prospettiva realistica per uno sviluppo sostenibile sia ambientale che economico. L’economia circolare può accelerare flussi di materiali, sia  quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, sia quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. Con un nuovo sindacato possono coesistere ambiente, diritti e sviluppo.

Nota di trasparenza: sono candidato alle elezioni europee con Europa Verde