Quattro fedeli cattolici sono stati uccisi ieri nella provincia di Sanmatenga, nel nord del Burkina Faso, da un gruppo di uomini armati. Le vittime stavano riportando nella chiesa di Singa la statua della Vergine dopo aver partecipato a una processione, quando sono stati intercettati dai miliziani. I terroristi hanno lasciato andare alcuni minorenni ma hanno ucciso gli uomini e distrutto la statua. È il terzo attacco a una chiesa cristiana negli ultimi venti giorni. Domenica 12 maggio, sempre nella provincia di Sanmatenga, venti uomini armati hanno ucciso un sacerdote e cinque fedeli mentre erano a messa. Il 29 aprile, a Djibo, durante le celebrazioni per la Via Crucis, un gruppo di jihadisti ha attaccato una chiesa protestante, freddando il prete e altre quattro persone.

In tutti e tre gli attentati, i terroristi hanno separato alcune persone dal gruppo, sempre uomini, da ciò che si apprende, e le hanno uccise. Nell’attacco di domenica, hanno anche saccheggiato il villaggio, incendiando la chiesa, l’ambulatorio e alcuni negozi. Ieri, ai funerali delle vittime di Djibo, Seraphin Francois Rouamba, arcivescovo di Koupela e presidente della Conferenza Episcopale Burkina Faso-Niger, ha rivolto un appello alla pace e alla coesistenza pacifica. Al funerale hanno partecipato cattolici, protestanti, musulmani e rappresentanti delle religioni tradizionali.

Da diverso tempo, il Burkina Faso sta affrontando la minaccia del terrorismo islamico, ormai diffusa a livello regionale anche in Mali, Mauritania, Ciad e Niger. Negli ultimi anni, si contano decine di attacchi a comunità cristiane. Ma si parla anche di rapimenti, attacchi con esplosivo, uccisioni mirate e assalti contro stazioni della polizia e posti di blocco. Nel 2018, il missionario italiano Pier Luigi Maccalli è stato rapito da gruppi jihadisti. Di lui non si è più avuto alcuna notizia. Sempre oggi, inoltre, in Niger è stata attaccata la parrocchia di Dolbel e il parroco, Nicaise Avlouké, è stato ferito a una mano e a una gamba. Le fonti locali hanno dichiarato che “da tempo c’erano voci di possibili attacchi alla parrocchia e ai preti in particolare. Quest’ultimo fatto non fa che confermare il deterioramento della situazione della sicurezza nella zona frontaliera col Burkina Faso”.

Il terrorismo islamico nell’area del Sahel
Il Burkina Faso è uno dei Paesi africani del Sahel dove il terrorismo di matrice jihadista investe più denaro. Come spiega Alessandro Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss, le formazioni terroristiche dell’area si sono unificate nel 2017 in un’unica organizzazione denominata Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, che opera in Burkina Faso insieme a gruppi come Ansarul Islam e l’Isis del grande Sahara. “Nell’anno della grande fusione – scrive Orsini – gli attacchi jihadisti in Burkina Faso sono stati più di cinquanta e si sono concentrati nel nord del Paese, al confine con il Mali”. Cioè nella stessa zona dove si sono svolti gli attacchi degli ultimi giorni. Per contrastare la minaccia islamica il Burkina Faso, ha aderito alla coalizione internazionale G5 composta da Chad, Mali, Mauritania e Niger che si coordina con la forza d’intervento dell’Onu Minusma, in Mali.

La Jihad che nasce dalle rappresaglie del governo
Secondo il Report on International Religious Freedom, prodotto dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, la lotta al terrorismo in Burkina Faso viene portata avanti in modo spesso brutale. Lo studio denuncia il ricorso, da parte delle forze di sicurezza governative, a torture, incendi di beni privati, detenzioni arbitraria e persino “uccisioni extragiudiziali”. Secondo Orsini, queste rappresaglie indiscriminate hanno favorito il lavoro di reclutamento dei jihadisti. “Negli studi sul terrorismo, si chiama ‘strategia della provocazione’: i terroristi provocano i governi per indurli a usare la mano dura affinché le loro retate siano le più ampie possibili. Nella rete cadono inevitabilmente anche molti innocenti, i quali si radicalizzano per vendetta, diventando nemici del governo e amici dei terroristi”. L’attenzione a non uccidere donne e bambini potrebbe essere coerente con questa strategia. Dopo la pubblicazione dei report da parte degli Stati Uniti, che hanno investito 30 milioni di dollari per equipaggiare le squadre anti-terrorismo, il governo del Burkina Faso ha avviato un’indagine sull’operato dei propri agenti.

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