Esperimento: cercate su Internet l’Adagio dello Spartacus di Aram Kachaturian (fate un atto di fede) e ascoltate i primi trenta secondi. Vi suona familiare? Esatto, è proprio uguale a Can’t Take My Eyes Off Of You. O meglio: è il brano di Frankie Valli che è largamente debitore del compositore russo. Come la pubblicità di un noto sgrassatore che segue la sua Danza delle spade. Sorpresi? Aspettate di scoprire il filo rosso che lega la Gazza Ladra di Gioachino Rossini ad Arancia Meccanica, il compositore Olivier Messiaen a Bjork, la Manon Lescaut a Guerre Stellari. C’è una sorta di guida Lonely Planet del mondo della musica che unisce passato e presente, che permette di orientarsi tra toni e semitoni, baritoni e soprano, adagi e fortissimo: si intitola Allegro con Fuoco (Utet, 224 pagg., 16 euro) e lo ha scritto Beatrice Venezi, direttore d’orchestra che non tocca nemmeno i 30 anni.

Lucchese, classe 1990: il maestro Venezi si è fatta strada giovanissima in un mondo tradizionalmente dominato da uomini (per giunta con la barba bianca). Qualche tempo fa Forbes Italia l’ha messa tra i cento under 30 più influenti del Paese. Per lei, il direttore “non è un dittatore ma un medium, il punto di contatto tra quel che succede sul palco e quel che succede in sala”. Sul podio ama indossare abiti lunghi iperfemminili: “Perché devo nascondere il fatto di essere donna vestendomi da uomo?”. In Allegro con Fuoco prende per mano anche il più diffidente dei lettori e lo accompagna dietro le quinte dei teatri, raccontandone protagonisti, riti e tradizioni. Passa in rassegna geni e virtuosi, soffiando via la polvere dai loro ritratti. Paganini? Una rockstar maledetta, tutto talento e pettegolezzi. Liszt? Idolo delle folle (vi dice nulla la parola Lisztomania?). E il suo conterraneo Puccini? Il più pop, quasi cinematografico. Beatrice Venezi scrive con la semplicità di chi conosce bene la materia e con la grazia di chi vuole condividere una passione. Perché “la musica classica è una cosa bella, e delle cose belle si deve godere”.

Appena rientrata dal suo debutto argentino (“un’accoglienza strepitosa, ero ospite d’onore della città di Buenos Aires“), con ilfattoquotidiano.it ha parlato del suo lavoro e della musica in Italia, tra flauti di plastica, storie su Instagram ed educazione civica.

Hai sempre lavorato più nei teatri esteri che italiani: per scelta o per mancanza di opportunità qui?
Qua le opportunità ci sarebbero, ma c’è un problema di forma mentis: tutto ciò che proviene da fuori è meglio di quello che abbiamo in casa. La nostra cultura è tutta esterofila, perfino quando scegliamo le vallette.

Nel libro sottolinei come l’Italia, per un paio di secoli, sia stata la capitale mondiale della musica e della cultura: oggi come siamo messi?
All’estero ci viene ancora riconosciuta una certa “supremazia culturale” in quello che è il nostro settore di competenza: la musica classica, specialmente l’opera lirica. Il fatto di essere italiana è un plus a tutti gli effetti, un vantaggio competitivo. Diciamo però che quando siamo in Italia ce lo dimentichiamo: dovremmo amare molto di più il nostro Paese, conoscere meglio le nostre radici.

Il libro spiega l’abc della musica classica: sono cose che dovremmo insegnare ai bambini in classe?
L’educazione musicale nelle nostre scuole non è mai stata sufficiente: è deleterio pensare di innamorarsi della musica con un flauto di plastica, che tra l’altro è finto. E poi perché bisogna necessariamente insegnare a suonare uno strumento? Si dovrebbe insegnare ad apprezzare la musica, prima ancora che ad eseguirla. La cosa più logica è cominciare dal canto: la voce è il nostro primo strumento, quello che tutti possediamo.

Un’educazione all’ascolto, quindi?
Esatto. Anche perché suonare in un’orchestra – così come cantare in un coro – è una grande lezione di educazione civica. Ti insegna ad ascoltare la persona che hai accanto, ad aspettare il tuo turno, a respirare insieme.

Andare di concerto, insomma. A proposito di giovanissimi: nel libro citi la trap e scrivi che “la capacità tecnica sembra non affascinare più le masse” e che i “canoni estetici sono cambiati”. In peggio?
A mio modo di vedere, sì. Ma del resto non si può pretendere che il pubblico sia in grado di discernere cos’è musica buona o musica cattiva se non viene educato. Parte tutto da lì, dall’educazione al bello.

Sui social provi a spiegare le opere ai ragazzi: è vero che certi temi sono universali ed eterni, ma l’opera lirica come genere non è ormai troppo lunga e complessa per un ventenne?
Sicuramente non siamo più abituati a quel tipo di lunghezza: la nostra concentrazione ormai dura 15 secondi, il tempo di una storia su Instagram. Però c’è la magia del meccanismo teatrale, la trama ti prende e capisci che i personaggi non sono poi così distanti dalle storie a cui siamo abituati.

Quali sono i modi di divulgazione della musica classica che funzionano?
Due cose. Una strada possibile è quella dei social media, che aiutano a far conoscere l’attività di teatri e orchestre soprattutto al pubblico più giovane.

Ai suoi 18mila follower su Instagram spiega le trame delle opere in modo semplice: La Bohéme anticipa Friends. Carmen oggi sarebbe un caso di femminicidio.
Un esperimento riuscito: avevo due-tremila visualizzazioni, principalmente da ragazzi, che così hanno avuto modo di conoscere contenuti che consideravano distanti da loro, o respingenti, perché difficili.

La seconda?
Abbiamo un servizio pubblico radiotelevisivo che paghiamo e credo abbia il dovere di occuparsene. La musica classica è sempre stata relegata ai programmi alle due di notte, purtroppo. Invece sono convinta che il pubblico sia stancato dell’appiattimento dei vari reality, e abbia voglia di scoprire cose diverse – e gli ascolti della Prima della Scala in diretta su Rai1, per esempio, lo dimostrano.

Ecco, la Prima della Scala: non è che la politica usi il teatro solo come una passerella?
La politica si dimentica spesso del teatro. Non ne faccio un discorso né di destra né di sinistra, perché da nessuno schieramento si è sentito parlare seriamente di progetti culturali per il Paese. E in questo modo il Paese muore.

Però Di Maio per il debutto con la nuova fidanzata si è fatto fotografare all’opera di Roma…
Se la questione è andare a teatro, penso che siamo in grado tutti. Quando si arriva agli impegni seri, però, quelli mancano. Ritengo che l’Italia sia seduta su una miniera d’oro, che sono i suoi beni culturali – a 360 gradi, dall’architettura alla musica – e non sia in grado di sfruttarla. Ad Abu Dhabi hanno creato un polo museale in un posto dove non c’era nulla. Noi invece abbiamo un patrimonio immenso e non sappiamo come valorizzarlo. Eppure potrebbe rappresentare un indotto per il territorio, una ricchezza. Ecco, il problema dell’Italia è anche culturale: si pensa sempre che queste due parole, cultura e profitto, non possano andare a braccetto. E’ un finto perbenismo.

A proposito di Arabia Saudita: la partnership (saltata) con la Scala è stata un’occasione sprecata?
Non ho seguito bene la vicenda Scala. Di sicuro, al di là di questo caso specifico, bisogna mettersi nell’ordine di idee che serva una sinergia tra pubblico e privato, ma che bisogna farlo nel modo giusto, senza minare la qualità delle produzioni artistiche. Abbiamo fior fiore di professionisti che escono dai nostri conservatori e dalle accademie: devono poter vivere del loro lavoro, non è un hobby.

I direttori d’orchestra donna sono ancora l’eccezione?
Per me non è solo importante che aumenti il numero delle donne che dirigono un’orchestra, ma che non si nasconda più il fatto di essere donne: quella è la vera sfida.

Su Spotify c’è una playlist che raccoglie tutti i brani citati nel libro (i lettori ringraziano). Oltre alla musica classica, cosa ascolti?
Ascolto un po’ di tutto, soprattutto la radio, per capire che succede intorno, anche se non sempre mi entusiasma. Sono una grande fan dei Massive Attack e del brit rock. Nella mia città ogni anno c’è il Lucca Summer Festival: la scorsa estate ho visto Lenny Kravitz e Johnny Depp e la sua band – gli Hollywood Vampires, con Alice Cooper e Joe Perry. Lo confesso, ero curiosa: queste leggende che non invecchiano mai ti fanno pensare che il rock faccia bene!

Tutte le foto in pagina sono di Marco Borrelli

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