Alla frontiera tra Stati Uniti e Messico i camion arrivano nottetempo, buttando giù uomini, donne, bambini. Un ammasso di lamiere delimita il confine: appesi, i fantocci di chi prova a scavalcare. Qualcuno ha disegnato con le bombolette spray l’inconfondibile caricatura bionda del presidente Trump. Qui, nel deserto popolato solo da ambulanti e disperati, Valentina Carrasco ambienta la sua Carmen, in replica alle terme di Caracalla fino al 2 agosto. L’allestimento non è nuovo, ma, in tempi di grandi crisi migratorie (di qua e di là dall’oceano) rafforza il significato politico. La regista argentina sposta Bizet in una delle linee più calde del mondo, in Messico, terra bella e disgraziata che conta l’impressionante media di sette femminicidi al giorno.

Sul podio, l’enfant prodige Ryan McAdams, direttore d’orchestra pluripremiato a soli 36 anni. La tragedia finale si intuisce già sulle note – celeberrime e trascinanti – dell’ouverture: nel caos di profughi e guardie, un cadavere viene portato via avvolto in un lenzuolo bianco. Terra (e opera) di grandi contrasti: la vita, grondante di sensualità, di musica e di violenza, e dietro l’angolo la morte onnipresente. I soldati fanno il cambio della guardia a due passi dal mercato di frutta, mariachi e cestini intrecciati. Lì vicino, un capannone di plastica, la fabbrica dove lavorano le sigaraie: il turno è finito, le operaie si tolgono i grembiuli sporchi. Per ultima esce Carmen, che ha la voce potente e i bei ricci neri della georgiana Ketevan Kemoklidze. Indossa gli shorts di jeans e la bandana rossa annodata sui capelli come Rosie the Riveter. Canta per mettere in guardia i tanti uomini che le si fanno appresso: l’amore non conosce leggi, è libero come un uccello, come uno zingaro, come me. Canta, e lancia un fiore al sergente José, il tenore Andeka Gorrotxategui. Non può resistere, Don José. Dovrebbe sposare la bionda e scialba Micaela (Louise Kwong, già apprezzata dal pubblico dell’Opera di Roma come Mimì nella Bohème di Alex Ollé) ma perde la testa per Carmen che è mora, scalza, gitana e sbottona la camicetta. Quando viene arrestata per una rissa, Don José cede alle sue lusinghe, le toglie le manette, la lascia fuggire. Ha perso la testa, tanto da finire in prigione per lei.

L’attualità irrompe spesso nel dramma: un giornale radio racconta in spagnolo la tragedia dei minori separati dai genitori al confine. Il coro di monelli è un gruppetto di bambini soldato, che fanno il gesto di sparare con le mani. Gli ufficiali dell’Fbi si fanno corrompere per portare le Marlboro di contrabbando oltre il confine. Sotto i bastioni, Carmen riappare vestita di paillettes come in un café chantant, balla per la gioia dei maschi che ululano sotto al palco. Intorno a lei, un trans si esibisce in una lap dance, mentre una prostituta mima una fellatio a un cliente, con grande imbarazzo di qualche signora fra il pubblico: dalle gradinate si sente uno scalpiccìo nervoso e un gran borbottare. D’altronde Bizet, quando la rappresentò per la prima volta nel 1875 voleva scandalizzare i parigini con la storia di una sigaraia – zingara, per di più – contrabbandiera e libertina. Un accoltellamento in scena, all’Opéra-Comique, che scandalo! L’opera fu un flop, all’epoca, ma ora tutti battono le mani a tempo con la famosa aria del toreador, quando il torero Escamillo entra nel locale, attorniato da donne che gli chiedono un selfie. Anche lui si invaghisce delle belle gambe di Carmen, che nel frattempo ha convinto Don José a seguirla sui monti. Per amore toglie l’uniforme da soldato e indossa il poncho da contrabbandiere. Le mura di Caracalla – illuminate da Peter van Praet – diventano prima la Monument Valley e poi il Monte Rushmore.

La morte si fa sempre più presente in scena: il gigantesco cranio di bufalo, i teschi folkloristici venduti dagli ambulanti. La morte è una bambina vestita di bianco, che consola Carmen quando Don José le mette le mani al collo la prima volta e le siede accanto quando le carte le predicono la fine vicina. Nell’ultimo atto, la scenografia di Samal Black esplode in tutta la sua magnificenza: non la corrida a Plaza de Toros, ma il Día de Muertos a Città del Messico. Danzano gli scheletri, le processioni votive portano l’effigie dell’angelo della morte e della Vergine addolorata. Sotto la luce dei ceri balla tutta la Corte dei miracoli col sombrero, tra devozione e folklore. Eccola Carmen, che ha già dimenticato José e ora ha giurato amore ad Escamillo. Ma José non ha dimenticato Carmen, anzi, ne è ossessionato. Le amiche provano ad avvertirla, ma lei non fugge, anzi, lo incontra.

Per una intuizione della regia, è Carmen che indossa la giacca da torero, perché è lei che deve domare la bestia che è Don José in preda alla gelosia. Prima la supplica in ginocchio: resta con me, non mi lasciare. Lei fa spallucce, e gli sventola davanti il drappo rosso della sua passione per Escamillo. Poi passa alle minacce. C’è una chiesa sullo sfondo, ma è troppo lontana per salvare Carmen, che da torera diventa il toro, e va volontariamente incontro alla spada: uccidimi, José, uccidimi o lasciami passare, ma non torno con te. Meglio morire libera che vivere nella gabbia di un amore infelice. Sullo sfondo infuria la corrida – quella vera, nell’arena – e quando la lama di Escamillo colpisce il toro anche Carmen cade a terra, pugnalata da Don José.

Prima che d’amore e di gelosia, la Carmen parla di libertà. L’unico valore in cui Carmen crede, l’unica cosa che desidera veramente: vuole decidere lei chi amare. Chi sedurre o chi abbandonare. Se restare o andarsene. La bella gitana è l’archetipo di tutte quelle donne che, direbbero i Don José di tutto il mondo, se la sono cercata. Perché è incostante, profumiera, insofferente a ogni regola, impertinente fino alla fine. La colpa di Carmen è la stessa per cui altre donne sono state uccise in altri decenni successivi e altrove: non essere di proprietà di un uomo. A Siviglia, nel 1820, o a Città del Messico, nel 2018.

Tutte le foto in pagina sono tratte dal profilo instagram del teatro dell’Opera di Roma.

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