Storie scritte a ritroso che affrontano il male del convivere quotidiano, ridondanze lessicali ermetiche che lasciano stupefatti per la mancanza di vie d’uscita e per l’efficacia narrativa. Si tratta di Stato di famiglia di Alessandro Zannoni (Arkadia Editore), un mosaico di sette racconti che trattano di infanticidi, parricidi, matricidi e uxoricidi, spogliati di qualsiasi sfumatura moralista e buonista, tracciati come una sceneggiatura. Una prosa secca, cadenzata da un ritmo cinematografico. L’orrore in presa diretta, capovolto, al contrario: tutte le cronache iniziano dalla fine, dall’inevitabile soluzione che urla nella testa dei protagonisti, dall’omicidio efferato. Prima viene esposto il crimine, poi quello che ha portato al male estremo.

Stato di famiglia è un libro riuscito e coraggioso, scritto senza autocompiacimento: un inconsueto reportage di verosimiglianza letteraria che trasborda nella realtà e che fa del mimetismo e del minimalismo lessicale la propria forza. Qualcosa di buono, dannatamente buono, nel pavido mondo degli scrittori nostrani.

A casa quando è buio di James Purdy (traduzione di Floriana Bossi, postfazione di Giordano Tedoldi; Racconti Edizioni) contiene le stesse tematiche affrontate nel precedente Non chiamarmi col mio nome. Topi, solitari chiusi dentro cabine del telefono, Mr. Diehl il tritone, Polly, Mr. Graitop e la sua bocca di bambola, il vecchio signore con lo zucchetto, case fatiscenti e appartamenti appiccicosi: il mondo di Purdy è un mix tra il Magical Mystery tour beatlesiano e personaggi alla P. G. Wodehouse strafatti di carbonato di litio. Una scrittura a tratti misteriosa, a volte simbolica, spezzettata, che diventa improvvisamente pettegolezzo sarcastico, malgrado probabilmente le intenzioni degli attori che si muovono in queste dieci short stories.

Le parole vengono utilizzate in modo ossessivo, le ripetizioni diventano esasperate e i dialoghi estremizzati nel loro coerente nonsense. Una scrittura fatta di cornici, dove il cozzare nascosto tra la dimensione pubblica e quella privata diviene un fastidioso ultrasuono alle orecchie dei personaggi, che si muovono a disagio, a volte disperati, nella loro stessa quotidianità. È bello perdersi nelle inquietudini di uno dei più sottovalutati autori contemporanei, capace di ignorare non solo la cultura dominante, ma anche la controcultura statunitense (più propriamente quella di stampo newyorkese) a cui spesso è stato affiancato.