La volontà di perdere. Ecco ciò che caratterizza coloro che in queste ore hanno pensato bene di boicottare il Salone del Libro di Torino, reo di ospitare la presentazione di un libro pubblicato da Altaforte, editore della “biografia” di Matteo Salvini vicino a CasaPound. Non mi sto riferendo, con “perdere”, alla retorica anti-aventiniana secondo cui gli spazi vanno occupati e se si recede si lascia spazio a coloro che si vorrebbero combattere. O almeno non solo a questo, ché è evidente che l’Aventino, storicamente, non è proprio la migliore strategia possibile.

Né mi riferisco al celebre tafazzismo della sinistra, al suo cupio dissolvi. O, ancora, almeno non solo a quello. Mi riferisco alla più sottile strategia che ragiona sul rapporto vittima-carnefice, e che pensa che per “vincere” occorra “perdere”. In altri termini, è la risposta alla celebre domanda morettiana: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: ‘Michele vieni di là con noi, dai’, e io: ‘andate, andate, vi raggiungo dopo’”. Però poi alla fine non va. E infatti metti che poi vengo e gli altri non vengono, sai che figura?

Insomma, se per vincere occorre perdere, allora l’unica ipotesi possibile è che davvero al Salone non ci vadano Wu Ming e Christian Raimo, perché metti la malaugurata ipotesi che il Salone dica: “ma no, venite voi e non facciamo venire Altaforte”. Mi si affacciano in mente scene di vittoria che alla fine mortificano più delle sconfitte: io che punto i piedi e dico “o me o lui”, poi uno dice “ok, allora te” e io ci rimango male, svuotato, privo di senso, vorrei chiamare l’altro e dire “dai, vieni anche tu, anzi vai solo tu”.

Peraltro si capisce perfettamente questa velleità vittimologica alla sconfitta come vittoria (e viceversa, come si vedrà, alla vittoria come sconfitta). Wu Ming 1 aveva scritto: “Non sarà una mossa suicida – dal punto di vista dello sviluppo di una coscienza veramente antagonista – chiedere che “le Autorità” condannino, impediscano, si dissocino, eccetera? Se ad impedire a David Irving di tenere una conferenza non sono i compagni, la gente, gli ebrei auto-organizzati, ma la polizia che lo blocca all’aeroporto, allora l’ultimo dei cretini rapati lo penserà un reietto, un perseguitato, eccetera. E si crederà antagonista e trasgressivo per il fatto di stare dalla sua parte”. E ancora ha parlato di “capacità istituzionale di suscitare in negativo un immaginario vincente”.

Dunque se reprimi li fai vincere, se applichi la legge Mancino li rendi martiri. L’unica, riprendendo il filo del mio discorso, è farli vincere per farli perdere. E, dalla parte “giusta”, perdere per vincere. Seguendo ancora questo ragionamento, se al Salone “vinci”, cioè escludi i fascisti, hai vinto o hai perso? Li hai resi martiri del politically correct? Per vincere devi solo perdere: non puntare alla loro esclusione, ma escluderti per far risaltare che tu non ci sei, e che la vittima sei tu. Se fossero stati esclusi, i martiri sarebbero stati loro.

Ma il fascista di tutta questa sottilissima ed “efficacissima” strategia se ne frega, et pour cause! Lui intanto vince, al Salone ci va. E tu, stando a casa, penserai: “ho vinto! Mi si è notato di più perché non ci sono andato”.