Durante il mese di aprile ho avuto occasione di effettuare due viaggi, davvero bellissimi e molto istruttivi: prima in Brasile e poi a Cuba. Sono in grado perciò di condividere con voi qualche considerazione in chiave comparativa, mettendo a confronto i due sistemi.

Il Brasile sta vivendo un momento di estrema cupezza. Quindici anni circa di governo del PT, pur raggiungendo risultati lusinghieri dal punto di vista della riduzione della povertà, non sono riusciti a modificare strutturalmente il sistema. Ne è quindi purtroppo conseguita una piena rivincita delle classi dominanti di sempre, che si è espressa mediante le infami montature ai danni prima di Dilma Rousseff e poi di Lula. La prima soggetta a immotivato impeachment da parte di una maggioranza parlamentare di corrotti e il secondo attualmente ancora in carcere sulla base di accuse inconsistenti orchestrate dal pubblico ministero Sergio Moro, nominato ministro della Giustizia da Bolsonaro come ricompensa per i servizi resi.

Jair Bolsonaro, che non nasconde la sua profonda ammirazione per i golpisti e torturatori degli anni Sessanta e Settanta, si appresta a devastare l’ambiente (Amazzonia compresa) e a svendere tutte le risorse possibili alle multinazionali, preferibilmente statunitensi. A ciò si accompagna la più feroce repressione, con decine di omicidi politici ai danni di leader popolari e ambientalisti. Il caso più emblematico è probabilmente quello di Marielle Franco, la consigliera comunale di Rio de Janeiro uccisa un anno fa circa e per il cui omicidio sono stati incriminati esponenti della Polizia militare di cui uno vicino di casa del presidente Bolsonaro.

Nelle strade si vive una situazione di pesante insicurezza, con la criminalità che ha superato i livelli di guardia. L’ordine pubblico delle favelas è stato affidato alle bande criminali più vicine al governo in carica che “governano” con il terrore, annientando ogni tentativo di autorganizzazione popolare.

A Cuba si vive una situazione diametralmente opposta. Si tratta con ogni evidenza del Paese più sicuro dell’America Latina e, secondo me, fra i più sicuri del mondo. Cuba vive oggi un’intensa stagione di partecipazione democratica che ha raggiunto livelli senza precedenti con la discussione popolare e la votazione con referendum della nuova Costituzione, avvenuta il 24 febbraio. Ma la partecipazione democratica si vive anche a livello locale e sulle questioni minori. Mi raccontava un giudice di Holguin, che è anche consigliere municipale, che è letteralmente subissato di richieste relative ai problemi della sua circoscrizione, cui deve far fronte sotto pena di immediata revoca da parte dell’elettorato.

Cuba si trova oggi sotto la minaccia di un ulteriore inasprimento del bloqueo, con attuazione del capitolo III della legge Helms-Burton, che consente azioni giudiziali negli Stati Uniti a tutti coloro che ritengano di essere stati espropriati dalla Rivoluzione sessant’anni fa circa. L’attivismo anticubano di Trump risponde a ben precisi imperativi di strategia geopolitica. Sconfitti nel resto del mondo dopo l’overstretching degli anni dei Bush, gli Stati Uniti hanno scelto di riconcentrarsi sul continente americano riesumando, per bocca di Bolton, la Dottrina Monroe del 1823.

A tale scopo si è liquidata la breve stagione di apertura degli anni di Obama e Trump ha deciso di tornare alla guerra fredda nei confronti dei governi latinoamericani che non sono disposti a inchinarsi di fronte al potere imperiale. Primo fra tutti Cuba, ma anche Venezuela, dove continua il logoramento contro Maduro con continui infruttosi tentativi di golpe, come quello del 30 aprile, per dare un ruolo al fantoccio Guaidò, e un continuo strangolamento economico. Non senza ricorrenti minacce di intervento militare che dimostrano come, pur di raggiungere in qualche modo i propri fini, gli irresponsabili governanti di Washington siano pronti a scelte estreme dalle conseguenze imprevedibili per la regione e per il mondo. Come pure contro Bolivia e Nicaragua.

Cuba affronta, quindi, il pericolo di un nuovo “periodo especial”. Ma, girando per Cuba come sto facendo in questi giorni, si ha la netta impressione che gli sforzi di Trump siano destinati a fallire come quello dei suoi circa dieci predecessori che hanno tentato di affossare la rivoluzione cubana.

L’energia rivoluzionaria sprigionata dalla grande manifestazione del primo maggio all’Avana e in altre città dimostra quanto sia viva la resistenza al potere imperiale. La stessa mobilitazione si vive oggi in Venezuela, dove la maggioranza del popolo sostiene Maduro, e in altri Paesi latinoamericani. E occorre augurarsi che presto possa tornare a vivere anche in Brasile, per sottrarlo all’attuale triste situazione di oppressione e disperazione.