Non è un caso che tra gli slogan degli attivisti impegnati nella battaglia di sensibilizzazione delle istituzioni per invocare indagini credibili per chiarire l’assassinio di Marielle Franco la frase più usata sia stata fin dal principio “Chi ha voluto l’omicidio di Marielle?”. I mandanti. Perché sul fatto che a uccidere materialmente l’attivista e consigliera municipale di Rio de Janeiro fossero stati miliziani paramilitari, mercenari pagati per portare avanti il lavoro sporco, nessuno mai aveva avanzato dubbi. Per questo motivo la notizia degli arresti dei due presunti sicari, gli ex poliziotti Ronnie Lessa e Elcio Vieira de Queiroz, più che soddisfazione ha istillato linfa nuova alla battaglia per la verità che va avanti da un anno, da quando il 14 marzo del 2018 Marielle Franco e il suo autista Anderson Gomes sono stati uccisi nel centro di Rio de Janeiro.

I magistrati: “Omicidio è colpo allo stato democratico di diritto”
La famiglia della consigliera, la vedova, ong come Amnesty International e i vertici del partito Psol nel quale militava, oggi commentano unanimi: “Non basta”. Non è sufficiente fermarsi alla superficie. Perché il delitto di Marielle Franco è un caso esemplare. “Chi ha ucciso Marielle non è stato solo chi ha premuto il grilletto, ma chi ha pianificato la sua morte, chi l’ha desiderata e chi politicamente voleva Marielle morta”, ha dichiarato il deputato del Psol Marcelo Freixo, avviando la raccolta di firme per l’apertura di una commissione parlamentare di inchiesta. Ancora una volta infatti, in occasione degli arresti dei presunti sicari, i magistrati titolari delle indagini, Simone Sibilio e Leticia Emile, hanno voluto sottolineare quanto sia “incontestabile che Marielle Francisco da Silva sia stata vittima di un’esecuzione sommaria a causa del suo impegno politico nella difesa delle cause che difendeva” il che rende il suo omicidio “una barbarie” e “un colpo allo stato democratico di diritto”.

L’ipotesi del delitto politico e l’ombra della speculazione
La tesi che si fosse trattato di un delitto politico per arginare l’impegno della consigliera nel contrastare le attività di speculazione immobiliare criminale basata sull’illecita lottizzazione dei terreni portate avanti dalle milizie in associazione con la politica e l’imprenditoria nella zona est della città, era stata provata già nell’ambito della prima fase di investigazioni concluse lo scorso gennaio con l’arresto di cinque miliziani paramilitari. In quell’occasione era emerso che gli arrestati, un ex capitano e un maggiore delle forze speciali dalla polizia militare, avevano rapporti stretti con Flavio Bolsonaro. Il figlio del presidente brasiliano oltre ad aver proposto e ottenuto per loro encomi ufficiali, aveva anche assunto i loro familiari come collaboratori nella sua segreteria politica.

Il corto circuito politico-istituzionale
Non certo l’unico elemento in grado di evidenziare il corto circuito politico-istituzionale che il Brasile e la città di Rio vivono, e che l’omicidio della consigliera municipale ha finito per far venire alla luce in maniera nitida. Oggi il governatore di Rio, Wilson Witzel, ha offerto un accordo di collaborazione con la giustizia ai presunti killer, commemorando come successo della sua gestione la buona riuscita dell’operazione giudiziaria. Si tratta tuttavia della stessa persona che in campagna elettorale aveva presenziato alla manifestazione di giubilo conclusa con la distruzione della targa commemorativa in memoria Marielle Franco da parte dei candidati del partito Psl, lo stesso del presidente Jair Bolsonaro. Con i presunti killer in custodia, la domanda oggi è se la democrazia brasiliana sia in grado di dimostrare di essere abbastanza forte da riuscire a far emergere la verità di un caso che sin dal principio aveva mostrato elementi inquietanti, e che non ha mai smesso di farlo. Se le istituzioni brasiliane siano in grado di arrivare ai mandanti “persone molto potenti e pericolose”, ha dichiarato il deputato Marcelo Freixo.

“Sei mesi di studio, così prepararono il delitto”
I dettagli che emergono dalle investigazioni sull’agguato ai danni di Marielle Franco, lasciano intendere infatti un alto grado di preparazione dell’azione. Non ordinario per un qualsiasi omicidio su commissione. L’ex sergente Ronnie Lessa, indicato come esecutore materiale dell’assassinio e l’ex poliziotto Elcio Vieira de Queiroz, indicato come l’autista, hanno agito meticolosamente per mesi prima di entrare in azione. Secondo le indagini, i due hanno monitorato l’archivio ‘cloud’ di Marielle Franco, avendo così accesso a tutti i dati personali della consigliera e soprattutto alla sua agenda istituzionale. Per tre mesi, grazie alla capacità di penetrare i sistemi informatici anche del consiglio municipale, i due erano riusciti a conoscere tutti gli spostamenti dell’attivista e valutare quale fosse il momento migliore per agire. Conoscendo bene le tecniche di investigazione della polizia, i due hanno messo in atto tutti i metodi possibili per evitare l’identificazione, dall’uso dell’auto con targa clonata all’utilizzo di tecniche per confondere la localizzazione dei telefoni cellulari. Nonostante ciò gli inquirenti, seguendo il tragitto dell’auto usata per l’agguato attraverso le riprese di telecamere pubbliche e private, e grazie alla ricostruzione della posizione dei telefoni attraverso una complessa rete di triangolazioni, sono riusciti a stringere il cerchio.

Lessa, il killer vicino di casa di Bolsonaro
Quando il nome dell’ex sergente è venuto fuori, non è stata una sorpresa. Vicino di casa nel condominio di lusso del presidente Jair Bolsonaro, Lessa è per gli inquirenti di un personaggio riconosciuto per la sua fama di assassino su commissione. Eppure, fino all’investigazione di oggi che ne ha portato all’arresto, mai un fascicolo era stato aperto su di lui. Mai, nonostante la reputazione guadagnata per l’efficienza nella mira e la freddezza nelle esecuzioni. Grazie alla sua grande esperienza, sottolineano oggi gli investigatori, Lessa era riuscito anche a salvarsi dall’agguato del quale è stato vittima un mese dopo la morte di Marielle Franco. Un episodio che ora gli inquirenti giudicano come fondamentale. Potrebbe essere stato infatti il tentativo di eliminare le tracce dell’omicidio, eliminando l’esecutore materiale. Ma Lessa, 48 anni, nella sua lunga carriera tra polizia e crimine aveva dimostrato scaltrezza in molte occasioni.

L’ex poliziotto che faceva la scorta ai criminali
Nel 2009 era riuscito a salvarsi da un attentato che gli costò tuttavia una gamba, saltata in aria per l’esplosione di una granata lanciata nell’abitacolo della sua auto blindata. Quell’attentato era stata la punizione per non aver saputo proteggere il figlio del criminale al quale faceva da capo scorta, nonostante fosse ancora in servizio come poliziotto civile. Ruolo di investigatore al quale Lessa era stato promosso grazie alla risolutezza dei suoi modi, messi in evidenza nel corso della sua attività come poliziotto militare del battaglione più violento della storia della polizia di Rio de Janeiro, il nono, guidato negli anni ’90 dal capitano Claudio Luiz Silva de Oliveira, maggiore condannato a 36 anni di carcere perché giudicato colpevole di essere il mandante dell’omicidio della giudice Patricia Acioli, uccisa nel 2011 perché non concludesse un’indagine sulla milizia del quale era a capo il maggiore. Nonostante la sua lunga storia criminale, anche Lessa, come gli altri miliziani arrestati a gennaio aveva ricevuto un encomio per il servizio prestato alla comunità. Evidentemente non la stessa comunità per la quale Marielle Franco ha lottato fino alla sua morte.

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