Non solo Roma, dove il problema sono i 12 miliardi di debito pregresso che ora il Movimento 5 Stelle intende affrancare dalla gestione commissariale affidando la gestione al Tesoro. “O tutti o nessuno: in democrazia funziona così. Non ci sono Comuni di serie A e Comuni di serie B. Se in tanti hanno dei problemi, aiutiamo tutti quelli che hanno dei problemi”, ha commentato il vicepremier leghista Matteo Salvini in vista del consiglio dei ministri che martedì dovrebbe dare il via libera alla norma. In tutta Italia, stando alla banca dati sugli enti in difficoltà finanziaria messa a punto dal ministero dell’Interno e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, sono 66 i Comuni attualmente in dissesto, mentre una novantina (tra cui Alessandria, ora di nuovo in difficoltà) ci è passata e ne è uscita. E altri 300 circa hanno avviato le procedure di riequilibrio previste dal Testo unico degli enti locali, modificato nel 2012 dal governo Monti per consentire alle amministrazioni di correre ai ripari quando emerge un disavanzo eccessivo.

Una situazione aggravata dalla recente sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato la possibilità di spalmare su trent’anni i disavanzi generati dal riaccertamento straordinario dei residui. Quel pronunciamento ha già determinato lo stop al piano di riequilibrio messo a punto per Reggio Calabria dalla giunta Falcomatà: secondo la magistratura contabile l’extra deficit va ripianato in dieci anni. Con il risultato che il capoluogo calabrese rischia il default.

I più grandi Comuni già ufficialmente in crisi finanziaria sono però Catania, Terni, Caserta e Benevento. A Catania il consiglio comunale ha deliberato il dissesto lo scorso 13 dicembre, dopo che la Corte dei Conti aveva rigettato il ricorso contro la delibera del 4 maggio 2018 con cui la sezione controllo della Sicilia aveva rilevato un buco di 1,6 miliardi di euro ritenuto ingestibile con gli strumenti ordinari. “La mancanza di liquidità”, ha rilevato il il Pg delle sezioni riunite della Corte dei conti di Roma Marco Boncompagni nelle 20 pagine di richiesta di rigetto, è “strettamente collegata alla bassissima capacità di riscossione delle proprie entrate, con particolare riferimento a quelle del recupero dell’evasione tributaria, tramutatasi poi in residui attivi cancellati perché con anzianità superiore ai 5 anni”. Un problema che riguarda molti Comuni piccoli e grandi, a volte perché manca la volontà politica di riscuotere il dovuto ma anche perché il sistema di riscossione locale, lamentano gli enti, è antiquato e farraginoso. Già lo scorso anno Salvini aveva risposto all’appello del sindaco Salvo Pogliese, eletto con Forza Italia da cui è uscito pochi giorni fa, promettendo un intervento “con l’impegno però di guardare avanti, facendo tesoro degli errori fatti”, perché “già in passato il governo di cui facevo parte aveva erogato parecchi soldi per salvare Catania dal dissesto. Posso farmi carico di un secondo tentativo… qualcuno mi chiederà ‘ma come, ancora, ma sono sicuro che amministratori e cittadini dimostreranno che la fiducia era ed è ben riposta”.

E’ in predissesto invece Napoli, che con la manovra 2018 ha ottenuto il prolungamento a 20 anni del periodo entro cui concludere il piano di risanamento e a fine 2018 aveva incassato grazie a un emendamento del M5s al Milleproroghe un altro assist – pesantemente criticato dai magistrati contabili che hanno parlato di “accanimento terapeutico – che avrebbe dovuto soccorrere anche Catania. La modifica consentiva ai Comuni che avessero presentato un piano di riequilibrio
finanziario pluriennale entro il 30 novembre 2018 di effettuare la ricognizione di tutti i debiti fuori bilancio dopo l’approvazione del rendiconto dell’esercizio 2018.

A livello territoriale, il record per numero di Comuni che hanno dichiarato il dissesto finanziario (ex articolo 246 del Tuel) o che invece hanno fatto ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale spetta alla Calabria, con 54 dissesti e 70 riequilibri, a partire dal 2005, su un totale di 409 Comuni. Seguono la Sicilia con 111 Comuni su 390 (37 dei quali finiti in dissesto) e la Campania con 100 tra dissesti e riequilibri. Nessun dissesto invece in Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Sardegna.

In Veneto si conta un solo caso: Povegliano Veronese, 7mila abitanti, nell’aprile 2017 ha deliberato la procedura di riequilibrio. Salvo revocarla nel giugno successivo, quando l’amministrazione guidata dal leghista Lucio Buzzi è tornata sui suoi passi prendendo atto che gli “interventi correttivi della spesa e dell’entrata” e i “risultati positivi rilevati a seguito delle misure correttive dei fattori di squilibrio adottate dall’ultimo trimestre 2016” rendevano non necessario il piano di rientro. La Corte dei Conti ha censurato la “non proporzionalità tra il paventato ricorso al predissesto e la situazione effettiva del bilancio dell’ente”.