È stato necessario aspettare l’ultima plenaria dell’Europarlamento prima delle elezioni del 23-26 maggio, ma alla fine anche l’Unione europea si è dotata di una legge sul whistleblowing. Così ora tutti i lavoratori europei che segnalano illeciti nella propria azienda (pubblica o privata) potranno essere protetti da eventuali ritorsioni. “È una giornata storica per la lotta alla corruzione in Europa”, ha dichiarato Federico Anghelé, responsabile delle campagne di Riparte il futuro. Con l’approvazione a larga maggioranza della direttiva, infatti, “è stato raggiunto un risultato che aspettiamo da 5 anni, quando lanciammo la richiesta di un provvedimento di questo tipo a tutti i candidati alle precedenti elezioni europee”. L’associazione, che si batte da sempre per difendere i diritti dei whistleblower, ha già contribuito all’introduzione di una legge analoga in Italia, approvata a fine 2017 grazie a un asse trasversale di voti (dal Pd al M5s, fino alla Lega, a eccezione di Forza Italia) e della quale si era sentita l’esigenza dopo il caso di Andrea Franzoso che nel 2015, da dirigente di Ferrovie Nord, raccontò alle forze dell’ordine gli sprechi del “suo” presidente Norberto Achille.

Cos’è il whistleblowing e cosa prevede la nuova direttiva Ue
Il whistleblower (letteralmente “suonatore di fischietto”) è chi denuncia casi di corruzione e malaffare nei luoghi di lavoro. Finora soltanto dieci Paesi europei (tra cui Francia, Irlanda, Regno Unito e l’Italia) avevano introdotto nella propria legislazione una protezione completa per gli informatori. Negli altri Stati membri, invece, la protezione è ancora parziale o del tutto assente. È anche per questo che negli ultimi anni gli scandali originati dalla pubblicazione di documenti come i LuxLeaks o i Panama Papers hanno portato a ritorsioni contro gli informatori. Da qui la decisione dell’Europarlamento di varare una direttiva comunitaria sul whistleblowing, approvata nella plenaria di aprile con 591 voti favorevoli, 29 contrari e 33 astenuti. Cosa prevede? Innanzitutto permette ai lavoratori (pubblici e privati) di fare segnalazioni all’interno del proprio ente, oppure direttamente alle autorità nazionali competenti. Per farlo, le aziende con più di 50 dipendenti sono obbligate a fornire canali sicuri (anche dal punto di vista informatico) e a condurre indagini interne qualora emergano casi di malaffare. Sono vietate poi eventuali rappresaglie per evitare che chi denuncia sia sospeso, declassato e intimidito ed è previsto un supporto legale, finanziario e psicologico nel caso di eventuali processi. Questi standard minimi di protezione, uguali per tutti gli Stati membri, coprono quasi tutti i settori di competenza dell’Ue, dalla sicurezza alimentare ai servizi finanziari, dalla tutela della privacy agli appalti, fino alla salute e alla sicurezza dei prodotti e dei trasporti. Il testo, voluto soprattutto dai Socialisti & Democratici e dai Verdi, dovrà essere formalmente accolto dai ministri Ue prima di entrare ufficialmente in vigore. A quel punto tutti gli Stati membri avranno due anni di tempo per adeguarsi.

Riparte il futuro: “Una vittoria della società civile, ma ci sono criticità”
“Quello di oggi è un esito importante perché segna la vittoria della società civile da anni impegnata a difendere chi segnala corruzione e illegalità. Quando eravamo partiti ci era stato detto che il whistleblowing non era materia di competenza dell’Unione europea. E invece la tenacia ci ha premiati”, ha commentato Anghelé dell’associazione Riparte il futuro. Nel testo, però, rimangono ancora alcune criticità. “Pensiamo per esempio all’anonimato (la direttiva non prevede obblighi per gli Stati membri di prendere in considerazione le segnalazioni anonime)”, chiarisce Priscilla Robledo, campaigner di Riparte il futuro. “Oppure alla difficoltà, per il whistleblower, di comprendere quando la situazione concreta permetta di rivolgersi ai media o alle Ong per denunciare il proprio caso”. Un altro problema segnalato dall’associazione riguarda l’assenza di protezione per chi ottiene informazioni non in modo “legale”. Secondo Robledo, “non si tiene conto del fatto che spesso il whistleblower, per procedere a una segnalazione fondata e supportata da prove, deve necessariamente acquisire documenti che non sono già in suo possesso o a cui non potrebbe accedere”.

La legislazione italiana e il caso Franzoso
Rispetto ad altri Paesi europei, l’Italia è già in possesso di una legge sul whistleblowing. Un risultato che è stato possibile raggiungere solo grazie a storie come quella di Andrea Franzoso, il funzionario di Ferrovie Nord Milano punito dalla sua azienda per aver scoperto che il presidente, Norberto Achille, usava denaro pubblico per fini personali. La vicenda è stata raccontata dallo stesso Franzoso nel libro Il Disobbediente (edito da Paper First) e si è chiusa con una condanna a 2 anni per l’ex presidente. Il funzionario, invece, dopo quattro anni dalla sua denuncia è stato nominato membro nel Cda di Ferrovie Nord. È anche grazie a lui, quindi, che durante la scorsa legislatura si è arrivati a una legge per proteggere gli informatori italiani, nonostante i tentativi di Forza Italia di affossarla e i compromessi che ne hanno limitato la portata. Il testo prevede che l’informatore pubblico non possa essere punito dall’ente in cui lavora (pena una sanzione dell’Anac fino a 30mila euro), la protezione viene estesa in parte ai lavoratori privati a cui viene garantito l’anonimato anche attraverso i canali informatici. In Senato è stata aggiunta anche la possibilità di violare il proprio segreto d’ufficio per giusta causa nel caso in cui si segnalino illeciti per tutelare l’integrità delle amministrazioni. Cosa cambierà ora con la direttiva Ue? Secondo Anghelé di Riparte il futuro, “l’Italia sarà costretta a modificare la propria legge nazionale, in quanto la Direttiva prevede l’equiparazione totale fra settore pubblico e privato con riferimento all’istituzione di canali di segnalazione, che dovranno essere messi a disposizione da tutte le aziende con più di 50 dipendenti”. In ultimo dovrà essere garantita protezione a tutti i tipi di lavoratori, compresi i consulenti, i fornitori, gli stagisti e i volontari.

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