di Gianmario Gazzi*

C’è uno sport che sembra andare di moda. Praticato da politici anche molto importanti, quali ministri, ma anche da giornalisti, blogger, partecipanti a trasmissioni radio tv, eccetera. Lo sport è quello di lanciare accuse generiche – mai circostanziate, ma dando chiaramente il sospetto di avere le prove – contro il nemico del giorno, magari proprio i professionisti che rappresento: gli assistenti sociali.

Siamo in 44mila, lavoriamo a contatto con situazioni dolorosissime e di disagio grave. Siamo negli enti locali, nella sanità, nel terzo settore, nella giustizia: tra disabili e persone con problemi legate alla dipendenza, tra migranti e minori non accompagnati, tra ex detenuti che hanno finito di scontare la pena, famiglie problematiche e povertà non soltanto materiali. Cerchiamo soluzioni difficili e, comunque, proviamo con le nostre competenze a migliorare stati di fatto nei quali siamo chiamati a intervenire. Sono il presidente di un ordine professionale i cui iscritti devono rispettare le norme e un codice deontologico in cui si può leggere, ad esempio:

a. Punto 5. La professione si fonda sul valore, sulla dignità e sulla unicità di tutte le persone, sul rispetto dei loro diritti universalmente riconosciuti e delle loro qualità originarie, quali libertà, uguaglianza, socialità, solidarietà, partecipazione, nonché sulla affermazione dei principi di giustizia ed equità sociali;
b. Punto 14. L’assistente sociale deve salvaguardare gli interessi e i diritti degli utenti e dei clienti, in particolare di coloro che sono legalmente incapaci e deve adoperarsi per contrastare e segnalare all’autorità competente situazioni di violenza o di sfruttamento nei confronti di minori, di adulti in situazioni di impedimento fisico e/o psicologico, anche quando le persone appaiono consenzienti.

Ciò non significa certo che nella categoria che ho l’onore di rappresentare non ci siano colleghi che sbagliano, consapevolmente o inconsapevolmente. Non lo sosterrò mai, perché l’Ordine degli assistenti sociali, come quello dei giornalisti, non è una corporazione. Abbiamo sospeso colleghi che avevano fatto male il loro lavoro, l’Ordine si è costituito come parte civile in processi che hanno visto coinvolti assistenti sociali che hanno intaccato l’onorabilità della professione, noi per primi abbiamo segnalato qualche professionista ai Consigli di disciplina. Eppure nel post di Mario Marchi apparso su ilfattoquotidiano.it abbiamo letto generalizzazioni che associano gli assistenti sociali al business delle case famiglia.

Interveniamo a tutela dei minorenni chiamati in situazioni difficilissime. Ci sarà anche qualche errore, ma il nostro unico obiettivo è rendere la vita di quel bambino o di quella bambina migliore di quella che ha. Gli assistenti sociali non lucrano sulla pelle dei minorenni, come gli insegnanti non picchiano i bambini, i medici non uccidono i pazienti, gli ingegneri non costruiscono ponti che crollano. Non sopporteremo altre generalizzazioni e, come abbiamo già fatto, ottenendo giustizia dai giudici – gli unici fin qui abilitati a scrivere sentenze – tuteleremo i nostri professionisti. Gli assistenti sociali – e non i ministri o i blogger – ogni giorno sono soli di fronte ai problemi.

* Presidente del Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali

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