A Palazzo Chigi si discute il decreto Crescita con i correttivi alle norme per erogare gli indennizzi a centinaia di migliaia di famiglie e di imprese coinvolte, loro malgrado, dalle ricadute delle “risoluzioni” datate 22 novembre 2015 di Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti, come anche delle liquidazioni coatte del 26 giugno 2017 di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Il Consiglio dei ministri deve prendere in esame le norme presentate dal ministero dell’Economia. Secondo alcune indiscrezioni, si torna verso un vaglio “terzo” delle domande di indennizzo la cui documentazione dovrebbe essere gestita da nove commissari “indipendenti”. Potrebbe scattare una “corsia preferenziale” per ottenere ristoro immediato ai risparmiatori con Isee fino a 35mila euro o patrimonio mobiliare fino a 100mila euro. Ma la questione fondamentale è un’altra: occorre formulare una norma che privilegi le esigenze di rapidità e ponga tutti gli investitori danneggiati sullo stesso piano (“one size fits all”, per dirla all’inglese) o servono piuttosto procedure che distinguano le diverse categorie di soggetti coinvolti, in modo da evitare i rischi di contenziosi legali da parte della Commissione Ue?

Il percorso per presentare le istanze, i tetti ai ristori – Le tempistiche prevedono 180 giorni di tempo a disposizione dei risparmiatori danneggiati per chiedere alle banche la consegna dei documenti (che dovranno essere trasmessi entro un mese dalla domanda). La documentazione dovrà poi essere trasmessa alla commissione tecnica di nove membri. Dovrebbero essere “ristorate” le perdite sino al 30% del costo d’acquisto delle azioni e al 95% delle obbligazioni, sempre entro il tetto di 100mila euro. La commissione tecnica valuterà i documenti in modo da evidenziare le diverse situazioni dei risparmiatori al momento dell’acquisto dei titoli per evincere se via stata violazione delle norme previste dalla direttiva europea Mifid che tutela gli investitori.

La nota delle 13 associazioni dei risparmiatori alla Cabina di regia – Con una nota congiunta, ieri 13 delle associazioni dei risparmiatori hanno ribadito le loro richieste al Governo e al Parlamento: “Ricordiamo che in prima battuta la Camera dei Deputati aveva approvato un testo art. 38 che espressamente prevedeva una procedura arbitrale. Su quel testo erano state convocate dal Mef ben 17 associazioni, 13 delle quali riunite in un’unica cabina di regia. Nel corso degli incontri erano stati proposti diversi emendamenti e inviato un testo che emendava quello dell’art.38 salvandone l’impianto ma superando la criticità dello stesso. Il sottosegretario Villarosa sembrava aderire alle proposte che venivano fatte. Di fatto il 30% del danno ingiusto poteva in seguito essere ulteriormente implementato dai conti dormienti in un tempo successivo. Nel danno ingiusto si potevano includere la rivalutazione e gli interessi”.

Secondo la nota delle associazioni, però “il 16 dicembre l’emendamento al Senato ha sconvolto il fondo trasformandolo in un indennizzo sul valore di acquisto del 30% e ha messo in dubbio numerose possibilità. Tra queste la possibilità dell’ulteriore 15%, la possibilità della rivalutazione monetaria e gli interessi previsti dall’arbitro, l’alimentazione perenne dai conti dormienti, purtroppo con l’onere dei risparmiatori di dimostrare la violazione massiva, che potrebbe escludere gran parte dei risparmiatori, e ritarda la fattibilità immediata già dimostrata con il precedente pagamento del 30% a 560 risparmiatori con il decreto Milleproroghe di settembre”. Secondo le 13 associazioni, “i risparmiatori non temono che qualcuno possa controllare se effettivamente sono vittime, come del resto già confermato dalla maggioranza della cabina di regia istituita al ministero dell’Economia e delle Finanze con le associazioni che da sempre chiedono un fondo da finanziare con i conti dormienti, progetto partito il 2 luglio 2017. Il testo proposto dalle associazioni risponde meglio alle esigenze dei risparmiatori ed era ed è conforme alla normativa nazionale ed europea, in quanto un vero risparmiatore non teme di essere giudicato da un arbitro terzo. La possibilità che la legge attuale potesse essere salvata stava nella dimostrazione all’Unione Europea di un intervento dettato da esigenze sociali, stante la necessità di venire incontro alle persone e alle imprese in pericolo di chiusura, ma pare che questo non sia stato possibile. I continui rinvii confermano che l’attuale legge non riesce a superare le varie criticità che impediscono l’immediata emanazione del decreto attuativo più volte promesso”, conclude la nota.

Le otto richieste delle associazioni dei risparmiatori – Le 13 associazioni dei risparmiatori hanno così presentato un elenco di richieste da “inserire nel decreto legge Crescita”. L’elenco è stato elaborato negli incontri con il ministero. Ecco i punti qualificanti che le associazioni chiedono siano inserito nel decreto attuativo del Fondo risparmiatori traditi:
1 – dotazione inizialmente pari a 1,5 miliardi, da incrementare ulteriormente sempre con le risorse derivanti dai fondi dormienti in modo da non incidere sulla fiscalità generale e sul deficit;
2 – la possibilità di accedere al Fondo per gli azionisti e obbligazionisti subordinati (persone fisiche o imprenditori individuali o microimprese), anche del mercato secondario, e loro successori che hanno acquisito gli strumenti finanziari anche oltre 10 anni fa (ad esempio gli azionisti di Banca Popolare Udinese) delle banche venete e delle banche dell’Italia centrale, andate in risoluzione e o in liquidazione coatta amministrativa, e che detenevano i titoli nel momento della risoluzione e/o liquidazione coatta amministrativa, a esclusione degli speculatori e di chi ha responsabilità nei default;
3 – l’accesso al Fondo grazie alla presentazione di una domanda precompilata e semplificata, che preveda l’inversione dell’onere della prova in capo agli istituti in liquidazione, a un arbitro (ad esempio l’Arbitro per le controversie finanziarie) che effettuerà una validazione meramente formale stante gli atti da esso acquisiti sulle responsabilità degli istituti e del loro management;
4 – l’indennizzo/ristoro del 100% di quanto perduto dai risparmiatori traditi con un acconto iniziale pari al 30%;
5 – l’indennizzo/ristoro da calcolarsi sul costo pagato per l’acquisto delle azioni oltre a spese sostenute (ad esempio per l’affrancamento), a interessi e rivalutazione da applicare dalla data dell’acquisto detraendo eventuali rimborsi già ottenuti (ad esempio aderendo all’offerta pubblica di transazione delle due banche venete nel 2017);
6 – la corsia preferenziale per coloro che hanno un Isee fino a 35mila euro, nonché per coloro che hanno comprovate gravi ragioni sanitarie che giustificano la necessità del pagamento entro il 2019; la liquidazione degli indennizzi/ristori per tutti i soggetti legittimati da settembre 2019;
7 – l’immediata attuazione del Fondo con un decreto che, recependo quanto sopra, superi le criticità sollevate dalla Commissione Europea.
8 – la convocazione urgente di un tavolo al ministero dell’Economia e delle Finanze tra Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca in liquidazione, la Società di Gestione Accentrata, Banca Intesa SanPaolo, Banca d’Italia e le associazioni dei risparmiatori per arrivare alla chiusura con compensazione delle posizioni relative alle linee di credito concesse ai risparmiatori e collegate a operazioni di negoziazione (acquisto o vendita) di azioni od obbligazioni subordinate azzerate. Le conseguenti segnalazioni nella Centrale rischi dovranno essere cancellate e, comunque sospese, nelle more della definizione”.

L’avvocato: valutare gli strumenti caso per caso sin dalla creazione – Secondo gli esperti di diritto degli investimenti, però, la situazione va valutata in modo più complessivo, analizzando i singoli strumenti finanziari venduti ai risparmiatori. Lo sostiene Letizia Vescovini, avvocato del foro di Modena esperta in diritto finanziario: “Sino a oggi si è detto che non vi sarebbe stato controllo se non sulla titolarità delle azioni azzerate e delle obbligazioni subordinate andate in default. Se però venisse cambiato il criterio che sorregge il Fondo, se si passasse cioè dal rimborso automatico a una verifica del misselling (la vendita scorretta di titoli e strumenti finanziari, ndr) condotta caso per caso, emergerebbero le peculiarità di ciascuna banca e di ciascun strumento finanziario venduto ai risparmiatori. Di questo non si potrebbe non tenere conto. Se si andrà all’accertamento caso per caso, occorre considerare che sinora si è fatto riferimento alla data del misselling, cioè alla vendita scorretta di uno strumento finanziario al risparmiatore. Secondo me sarebbe invece necessario valutare lo strumento finanziario sin dalla data della sua realizzazione, che si trattasse di una decisione di aumento di capitale attraverso azioni o piuttosto di emissione di un prestito obbligazionario subordinato. La violazione delle regole di correttezza, trasparenza e buona fede va valutata sin dalla creazione dello strumento: se chi amministrava le banche sapeva che le condizioni degli istituti di credito indicate nei prospetti erano diverse da quelle reali, evidentemente ha tratto in inganno i risparmiatori. Anche questa è una delle condizioni che fanno scattare il misselling, con la conseguenza della violazione dei diritti del risparmiatore e quindi con l’obbligo di risarcirlo di tutti i danni che ha subito”, conclude Vescovini.

Emerge la necessità di una mediazione con la Commissione Europea – Secondo Letizia Giorgianni, presidente Associazione vittime del Salvabanche, “appare evidente che sinché il Governo non troverà un accordo con la Commissione Europea la normativa nazionale di rimborso non potrà vedere la luce. Se il rischio è quello di perdere le prime risorse stanziate per il 2019, pari a una tranche annuale di 500 milioni, in assenza di norme che ne consentano la proroga, allora sarà più opportuno limare il testo del decreto allineandosi alle richieste europee”, che sono quelle di valutare le diverse situazioni caso per caso con meccanismi di controllo terzi, ad esempio con gli arbitrati. Per Giorgianni “il pericolo che si corre, altrimenti, è quello che per tenere insieme situazioni giuridicamente diverse si finisca per perdere l’intera partita, cioè per non erogare i ristori a chi è stato danneggiato dalle risoluzioni bancarie”.

I risparmiatori non temono le procedure arbitrali – Milena Zaggia, vicepresidente Movimento risparmiatori traditi, ribadisce che “la richiesta è quella di avere arbitri che giudicano le singole posizioni: i veri risparmiatori non hanno paura di essere valutati. Basta che ci siano regolamenti ben precisi che considerino tutti i dossier titoli, riconoscendo il prezzo d’acquisto rivalutato. Il paradosso è che siano stati rimborsati 560 risparmiatori con il decreto Milleproroghe, attraverso l’Arbitro per le controversie finanziarie della Consob, al prezzo d’acquisto rivalutato con gli interessi, attingendo grazie all’articolo 38 presentato alla Camera dal fondo di 100 milioni creato con la legge 205 del 27 dicembre 2017. C’è una situazione ibrida”. Secondo Zaggia “è inutile dare soldi a pioggia a tutti soggetti coinvolti: occorre distinguere tra i risparmiatori veri e coloro che invece hanno tentato di speculare. Ad esempio, con il Fondo indennizzo risparmio (Fir) approvato al Senato, che non era stato condiviso con le associazioni dei risparmiatori, vengono inseriti tra i soggetti che possono usufruire del Fir anche coloro che hanno acquistato titoli di Popolare di Vicenza e di Veneto Banca dopo il 25 giugno 2016, data in cui le due banche sono state poste in liquidazione coatta amministrativa”. La Zaggia sottolinea poi le disparità di trattamento causata dal caos normativo: “Siamo passati dall’indennizzo al 100% previsto dalla legge 205 al 30% più 15% previsto dall’articolo 38 della Finanziaria approvato alla Camera con un fondo di 1,5 miliardi in tre anni dal 2019 al 2021. Adesso invece ci troviamo il Fir approvato al Senato, che assente il decreto attuativo, che prevede invece il 30% secco”.

Le falle procedurali contenute nella normativa primaria – Non ci sono solo le disparità di trattamento: secondo alcuni investitori che hanno preso parte alla “cabina di regia” ministeriale la normativa primaria, oltre ad alcuni punti fermi, contiene però numerose falle. È questa l’opinione di Francesco Spallino, azionista di Banca Etruria che ha partecipato al tavolo della cabina di regia: “Abbiamo contestato il ruolo della Consob come arbitro perché, dopo averla sanzionata, non poteva essere terza nel giudicare le posizioni di Banca Etruria. Il punto vero della questione però è che è corretto che un azionista dell’Etruria che ha comprato le azioni nel 2000 non sia risarcito al prezzo di carico del 2000, perché non ci sono sentenze che dicono che c’è stato un reato, ma si può prendere il periodo per il quale alcuni componenti delle strutture di vertice di Banca Etruria sono stati condannati per bancarotta fraudolenta e partendo da quelle date calcolare il prezzo medio di acquisto delle azioni. Non è un problema di misselling, cioè di vendita scorretta allo sportello o sui mercati finanziari, di prodotti e strumenti finanziari “buoni”: il problema è che quei prodotti e strumenti finanziari, come le azioni o i bond subordinati, non erano “buoni”, ma adulterati, come dimostrato dalle sentenze della magistratura da un certo periodo in poi. Ne discende che occorre partire dal periodo considerato dalle sentenze della magistratura per stabilire quali sono le date da cui considerare i prezzi degli strumenti per calcolare il prezzo medio di carico nei portafogli degli investitori e quindi gli indennizzi. Questo punto relativo all’analisi delle compravendite è già previsto nella legge primaria”. Secondo Spallino, però, “la stessa legge primaria ha delle falle evidenti: ad esempio dove prevede che per ottenere gli indennizzi sia necessario essere portatori dei titoli alla data della presentazione della richiesta di indennizzo. Nel caso delle azioni di Etruria questo è impossibile, visto che le azioni sono state cancellate dai dossier titoli degli azionisti da almeno un paio di anni”.

Distrutti risparmi per un centinaio di miliardi – Il conto totale dei risparmi distrutti nelle crisi bancarie che si sono succedute dal 2015 a oggi è enorme. Furono 120mila gli azionisti della Popolare di Vicenza e 90mila quelli di Veneto Banca a vedere andare in fumo azioni illiquide e non quotate valutate 10 miliardi, dopo aver pagato aumenti di capitale per altri 4,9 miliardi e aver investito in bond subordinati per oltre 1,3 miliardi. Si sale a oltre 50 miliardi se si aggiungono gli “azzeramenti” subìti il 22 novembre 2015 da 130mila piccoli azionisti e bondisti subordinati di Banca Etruria (60mila investitori colpiti), Banca Marche (40mila), CariFerrara (24mila) e CariChieti (altre migliaia). Se poi si mettono in conto la quarantina di miliardi di euro distrutti nell’ultimo decennio da Mps, ci si avvicina a un centinaio di miliardi complessivi. Perché sono da aggiungere anche i 10 miliardi e 700 milioni investiti in azioni (in capo a circa 150mila piccoli risparmiatori) del Monte dei Paschi, oltre alle obbligazioni subordinate, anche retail, che furono vendute nel 2008 a oltre 40mila sottoscrittori ignari, senza dimenticare la ventina di miliardi rastrellati in una sequenza di aumenti di capitale che si sono susseguiti dal 2008 con l’acquisizione di AntonVeneta e per alcuni dei quali potrebbero scattare conseguenze se nel processo in corso a Milano fosse stabilito che vi è stato aggiotaggio e falso in bilancio. Le contestazioni riguardano la rappresentazione nei bilanci Mps dal 2012 alla semestrale 2015 “a saldi aperti” (cioè come BTp) invece che “a saldi chiusi” (ovvero come derivati, quali in effetti erano) dei due contratti Santorini e Alexandria, del valore totale di 5 miliardi. Tremila piccoli azionisti si sono costituiti parti civili, ma non la banca.

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