Era rimasto chiuso per oltre 70 anni ma il rumore dei ricordi è stato per lei un sottofondo che non riusciva a spegnersi. Alla fine Mirella Sinigallia Iacono ha tirato fuori dal cassetto il diario del nonno ebreo Tommaso perché il passato non se ne vada via prima che i nipoti sappiano. Lo aveva tenuto sottochiave come una reliquia. C’era tanta sofferenza in quel memoir ma adesso era arrivato il momento di sottrarlo alla polvere dell’oblio per dargli vita. Nove mesi sui monti Aurunci dato alle stampe dalla ESI, una piccola casa editrice che alla “Memoria Narrata” ha dedicato una collana. Tra le pagine ci sono tutte le paure soffocate di Tommaso prigioniero dei tedeschi.

1944: sedici di loro, tra cui il capofamiglia, sua moglie, tre figli, un colono e una domestica, sono in fuga dalla guerra che vive i suoi giorni finali, i più feroci. Napoli è sotto il bombardamento delle forze anglo/americane e i tedeschi minacciano di far saltare il lungomare. Si trasferiscono a Formia nella villa di famiglia. Sono gli “sfollati” come si diceva allora. La paura di non riuscire a mettersi in salvo, la perdita della propria casa, dei propri averi, di tutti i punti di riferimento. I Sinigallia sono noti imprenditori tessili ma sopratutto esponenti di una delle più antiche famiglie dell’ebraismo italiano legata a quella di Del Monte e degli Ascarelli a cui si deve anche la costruzione del primo stadio partenopeo e la fondazione del Calcio Napoli. Ma nessuno è al sicuro da nessuna parte.

Fino alla canna gelida del fucile puntata dietro la schiena del nonno: “Tu sei italiano o ebreo?”, gli chiede il maresciallo. La domanda rimane a mezz’aria. La via d’uscita non è la negazione di quella parte di sé ma è l’affermazione dell’identità avvertita come salvifica: “Certamente siamo italiani”. Otto mesi sui monti Aurunci nella mani dei Tedeschi, tra l’8 settembre e il maggio 1944, e Tommaso Sinigallia annotava minuziosamente l’odissea sua e dei suoi compagni. Con la Liberazione, la salvezza e il ritorno a Napoli. C’era tutto da ricostruire, per guarire le ferite dell’anima bisognava dimenticare e mise il diario nel cassetto. A tirarlo fuori ci ha pensato Mirella che lo ha riproposto, conservando quasi del tutto la formulazione originaria, così da restituire la spontaneità dell’annotazione diaristica.

Vorrei leggere tutto quello che viene pubblicato sull’Olocausto. L’ultimo fresco di stampa I mostri della memoria di Yishai Sarid racconta la sua inquietante esperienza come accompagnatore di gruppi di studenti, politici e ufficiali dell’esercito israeliani in visita ai campi di concentramento nazisti. La memoria è in mano a chi sopravvive. “Se per la seconda generazione è ancora dura da digerire, la terza generazione, quella dei miei nipoti, nati negli anni 90, vogliono sapere, si fanno domande – fa notare Mirella – Il revisionismo non finirà mai”.

Sembra che tutti i memoir degli ebrei in fuga si assomiglino, lo stesso fil rouge da dipanare. Anche Maria Izsak, unica superstite di una famiglia composta da 8 figli, annotò tutto in un diario. Questo diario è arrivato a me e tre anni fa scrissi Il Sacrificio di Eva Izsak (Chiarelettere), una spaventosa storia insabbiata. “La storia crudele di Eva, mandata a morire, quando si sentiva salva, vittima di fuoco amico”, scrisse Isabella Bossi Fedrigotti. “Un diario squarcia il velo su una storia che fa male quasi come il diario di Anna Frank”, tuonò MariaLuisa Agnese. Solo che Eva fu condannata a morte da uno di loro, un ebreo, un fuggiasco anche lui, che invece di accogliere Eva e offrirle la salvezza, la condannò a morte.

Quello che non sapevo fino a qualche giorno fa è che alla memoria del carnefice di Eva che nel frattempo, cambiando nome divenne Imre Lakatos, osannato filosofo della scienza della London School of Economics, sia dedicata oltre alla Fondazione che porta il suo nome anche un Lakatos Award. Suona strano che si continui a commemorare il “filosofo bastardo” come lo chiamava il suo collega Paul Feyerabend. Impensabile, no?

Mi sono rivolta alla alle Donne della Comunità ebraica nel Giorno della Memoria in ricordo del femminicidio di Eva Izsak. E se Piero Angela ha impiegato 50 anni perché il padre (illustre psichiatra che nella sua clinica di Villa Turina di San Maurizio Canavese nascose gli ebrei in fuga) venisse riconosciuto come “giusto”, quanti ne impiegherò io? Perché il nome di Eva Izsak, giovane partigiana ungherese, sia inciso sulle stele d’onore nel Giardino dei Giusti, presso il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Eva, vittima due volte. Prima di un femminicidio e poi dell’oblio. Eva si è immolata per essere ricordata. Perché il suo nome e il suo coraggio fossero di sprone per il popolo finalmente libero. Perché il suo sacrificio gettasse le basi di una nuova e grande Europa. Così le fece credere Lakatos, poco più che ventenne, già leader del gruppo e abilissimo manipolatore. Invece, Eva è stata assassinata, le fecero bere una fiala di cianuro.

E’ questa la mia crociata, al mio fianco è sceso anche il filosofo Giulio Giorello che curò per Feltrinelli un volume di Filosofia della Scienza di Lakatos. Del quale ricorda di “avere il fascino di un serpente a sonagli”. Giorello è andato a toccare sul Corsera il nervo scoperto di una certa cultura perbenista e ipocrita, quella della London School of Economics, di cui Imre Lakatos rimane ancora un pilastro. Praticamente un intoccabile.

La storia di Eva, diversa da tutte le altre, tragica, spaventosamente affascinante, è il mio sassolino posato sulla tomba, rimasta ancora senza nome, il mio monumento di parole e lacrime. Ma adesso voglio per lei una targa tra i “Giusti” che ricordi il suo sacrificio. Chiedo molto?

Instagram: januaria_piromallo

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