La condanna di Mauro Moretti era un “obiettivo che si doveva raggiungere” a costo di “qualche sforzo interpretativo” o “spingendo su qualche ambiguità normativa”. E il ritorno di quella “sentenza populista” arrivata per dare “in pasto nomi noti ai familiari delle vittime”, anche oggi in presidio all’esterno del Tribunale (foto in basso, ndr). I difensori di Mauro Moretti e Michele Mario Elia, all’epoca ai vertici di Rfi, criticano la sentenza di primo grado sulla strage di Viareggio, che il 29 giugno 2009 costò la vita a 32 persone.

Lo fanno in aula, alla presenza dei loro assistiti, durante l’arringa al processo d’appello in corso a Firenze davanti alla corte presieduta dalla giudice Paola Masi. Non si tratta della prima dura critica al pronunciamento nel corso del secondo grado. All’apertura del processo, l’avvocato Ennio Amodio, difensore dell’ex dirigente Rfi Francesco Favio, parlò di “giustizia da vicinato” dei giudici viareggini chiedendo qui l’annullamento della sentenza.

La condanna di Moretti – 7 anni in primo grado – viene rappresentata dall’avvocato Armando D’Apote come “un obiettivo che si doveva raggiungere facendo qualche sforzo interpretativo o spingendo su qualche ambiguità normativa”. Secondo la difesa, “non c’è nessun potere di intervento, da parte dell’amministratore, sulle disposizione di esercizio” riguardo alla riduzione della velocità dei convogli.

Competenze su cui D’Apote ha parlato di “regole assurde” e, escluse quelle dell’ad, di responsabilità non definite e comunque da riportare a livello di ministero come per la velocità nelle autostrade. Un tema che poi “avrebbe riguardato non solo Viareggio ma tutta l’Italia dove ci sono 1400 stazioni in centri abitati“. Una scelta, ha aggiunto, “che porterebbe scompiglio sia sul traffico sia per valore”. In sostanza, ha concluso, “non decide l’ad di Fs o di Rfi”. Il pg Luciana Piras, nella sua requisitoria, aveva chiesto un inasprimento della pena per Moretti portandola a 15 anni e 6 mesi perché ritenuto responsabile anche come ad di Fs, ruolo per il quale venne assolto nel primo processo a Lucca.

Per Elia, ora country manager di Tap, Piras ha invece chiesto 14 anni e sei mesi. Quasi il doppio rispetto ai 7 anni e 6 mesi decisi dai giudici nella sentenza di primo grado. Un pronunciamento ritenuto dalla sua avvocatessa Carla Manduchi, che lo difende con il collega Alfonso Stile, “populista” (espressione già usata da D’Apote nel giorno della condanna) e fatto “per dare in pasto ai familiari delle vittime nomi noti sull’onda di un populismo sulla quale l’Italia sta deragliando”. Manduchi ha poi aggiunto in una pausa dell’udienza: “Stiamo avendo una deriva, prima di tutto noi cittadini, e i riflessi si stanno avendo in varie sedi, non solo quelle politiche”. Il “populismo è l’espressione di quello che avviene in più settori e in più strati della società italiana”, ha spiegato.

“Ho parlato di populismo – ha detto l’avvocatessa – perché la giustizia non deve essere la ricerca di un capro espiatorio ma accertamento serio basato su regole scientifiche di quello che è accaduto. E pensiamo che questo non sia stato fatto nella sentenza di primo grado”. La determinazione della pena e la mancata concessione delle attenuanti generiche, ad avviso dei difensori di Elia, sono aspetti che nella sentenza “si sono negati senza tener conto delle attività svolte durante una vita delle persone. Per me questo è populismo e lo dico”.

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