Non è facile essere un genio, non è per niente facile. Mi alzo la mattina e sento un formicolio alle orecchie, sono sogni formica che escono e camminano sul cuscino. Un formicaio onirico mi segue anche nel cuore lucente del mattino. Si nutrono delle briciole di realtà che lascio cadere dagli occhi. Poi vado allo specchio per vedere se il mio volto è mutato durante la notte. Mi fisso, sono simile al giorno precedente ma non uguale, c’è sempre una nuova sfumatura. Mi trattengo dall’istinto di farmi un autografo, non ci si abitua mai a vedere un genio riflesso allo specchio. Faccio i miei bisogni, anche il genio è vittima della necessità fisiologica. Che affronto! Dopo è il turno di una bella doccia tonificante, il genio sotto la doccia non canta, ma sussurra alla propria mente segreti inviolabili.

Una bella asciugata e via a fare colazione al bar. Il genio si mimetizza, gli avventori non si accorgono della sua genialità, non ordina mai, il genio suggerisce un cappuccino con croissant, e i suoi suggerimenti vengono sempre presi in considerazione. Dopo la colazione gli altri vanno a lavorare, mentre il genio va a generare, a produrre pensieri, poesie, film, aforismi. Non deve spremersi le meningi, gli viene tutto naturale, del resto si tratta di un genio. Il genio dona al mondo il proprio sguardo, e ricrea il mondo come un dio senza il beneficio dell’eternità. Ma sarà poi un beneficio una vita eterna? Il genio si affeziona come tutte le persone, e in questo caso il genio che sono io è affezionato a se stesso, alla propria creatura mortale che respira e palpita in un universo gelido e indifferente. Al contrario degli altri il genio lavora sempre, anche quando si sdraia sul divano, sembra che non stia facendo niente, così pensano gli stolti, in realtà la sua mente è in febbrile attività. Il genio si nutre di orizzontalità deliranti e non le teme, il genio non teme il delirio, come diceva Paul Valéry: “Il genio si muove nella follia, nel senso che si tiene a galla là dove il demente annega”. Il genio coltiva la verticalità come un optional, quindi ogni tanto assume la posizione eretta e scende in strada. Il genio saluta tutti, è sempre gentile con tutti, il genio conosce gli orrori della vita, sa che siamo tutti condannati a morte, anche la portinaia e il panettiere.

Il destino dell’umanità è un immenso portacenere, il tabagismo è la sintesi di ogni destino, quindi il genio si accende una sigaretta, anche se fanno male, tante cose fanno male. Il genio aspira, vive di aspirazioni. Aspira a un mondo nuovo, aspira alla gratitudine verso ogni sorgente celeste, aspira alla fratellanza con ogni filo d’erba che trema. Scrive il poeta: io sono un filo d’erba/un filo d’erba che trema/e la mia Patria è dove l’erba trema/un alito può trapiantare/il mio seme lontano.

Il genio cammina con la mente slacciata e inciampa sempre nella propria genialità. Gli sciocchi lo deridono, come deridono l’albatro catturato, il genio può sembrare goffo, impacciato, ma sono solo i fili della realtà, piccole ragnatele nelle quali anche il genio cade in trappola. Quindi anche il genio fa la spesa, entra nelle farmacie e usa il bancomat. Gli uccelli fanno il nido sotto le sue ascelle. Il cielo scava nella sua mente.

Le donne lo amano come si ama un idolo, una statua che respira pietra e sale, il genio non è mai sciocco, ed è sempre al dente, non scuoce mai sotto il sole. Il genio dona le sue erezioni come si dona un segreto che viene scoperto solo dalle tenebre. Il genio è un enigma, mai enigmatico. Le sue evidenze hanno stratificazioni ignote. E quando cala la sera sulla terra, il genio si fa un aperitivo, confabula con le noccioline, e annega le olive nel suo cocktail di trasparenze illese. Di notte il genio duella con le stelle fino all’ultimo senso, il senso della vita, quello che tutti sentono ma che nessuno conosce veramente. Prima di mettersi a letto il genio si profuma e indossa uno smoking immaginario, il Gran Galà dei sogni lo attende.

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