Si può essere ‘obbligate’ a essere madri a 11, 12 anni per tutelare a tutti i costi la vita che si porta in grembo o è solo una violenza? E’ questa la domanda che agita la società argentina, dopo i casi di due bambine di questa età, entrambe rimaste incinta dopo uno stupro, e costrette dalle autorità sanitarie a partorire con il cesareo, negandole il diritto all’aborto, che avevano chiesto, con l’autorizzazione materna, secondo quanto prevede la legge del Paese, che lo consente nell’ipotesi di abuso sessuale o pericolo di vita per la madre. In tutti e due i casi i feti, fatti nascere con meno di 6 mesi di gestazione, sono morti pochi giorni dopo il parto. Vicende che tornano a far discutere gli argentini dopo che l’anno scorso non era passato il progetto di legge che legalizzava l’interruzione volontaria di gravidanza in tutti i casi, e che dallo scorso 8 marzo è diventato oggetto della nuova campagna a difesa dei diritti della donne #niñasnomadres (cioè #bambinenonmadri).

I due episodi molto simili, si sono verificati a gennaio e febbraio in due province del nord argentino, Tucumàn e Jujuy, e in entrambi i casi le autorità e i medici hanno negato l’aborto sostenendo che era più sicuro il parto cesareo per lo stato troppo avanzato della gravidanza. Gli organismi a difesa dei diritti hanno denunciato lo Stato, e i dirigenti dell’ospedale Eva Peron di Tucuman sia all’Onu, all’Organizzazione degli stati americani che in sede penale, insieme alla ministra della Salute della provincia, Rossana Chahla, per inadempimento del protocollo di Interruzione legale di gravidanza e per aver forzato una bambina a proseguire la gravidanza contro la propria volontà. La scelta del cesareo ha suscitato critiche anche nel movimento ‘pro vita’, che chiede che si vieti l’aborto una volta che il feto è in condizioni di poter vivere. Secondo le associazioni che lavorano con l’infanzia sarebbero molti i casi di minori che rimangono incinta dopo violenze e si vedono negare il diritto ad abortire, finendo per essere costrette ad essere madri. A complicare le cose, come denunciano molti, sarebbe l’assenza di leggi chiare. A differenza del progetto di legge bocciato l’anno scorso, che permetteva l’aborto fino alla 14esima settimana, la legislazione in vigore dal 1921 lo consente nei casi di violenza, senza però indicare un termine massimo, mentre alcune leggi provinciali lo vietano dopo la 22esima settimana di gestazione. E proprio questa è stata la giustificazione usata dal governo di Jujuy per autorizzare il cesareo al posto dell’aborto alla bambina di 12 anni, la cui gravidanza si è scoperta dopo la 22esima settimana. Il caso di Tucuman è invece più difficile da giustificare visto che la bambina era alla 16esima settimana, quando la madre ha denunciato il suo stato e la violenza subita. Sono state le dilazioni legale su chi avesse la custodia della minore – che era sotto la tutela della nonna – a far sì che il parto venisse fatto alla 23esima settimana.

Oltre al comportamento delle autorità, in queste due vicende c’è da segnalare anche quello dei medici, che in entrambi i casi si sono rifiutati di praticare l’aborto, perché avrebbe messo in pericolo la vita delle madri. Tuttavia il tasso di obiezione di coscienza tra i medici è così alto in Argentina che di fatto per molte donne e bambine è impossibile avere garantito l’aborto, pur avendone diritto. Ecco perché l’8 marzo i gruppi femministi di Ni Una Menos, scesi a marciare per le strade di Buenos Aires e altre città, hanno protestato contro la “tortura” sofferta da queste bambine, con lo slogan “Niñas no madres”, diventato virale anche sui social network. L’aborto rimane comunque un diritto di fatto negato in quasi tutta l’America Latina. Basti pensare che la Corte Suprema di giustizia de El salvador ha ordinato in questi giorni la liberazione di Alba Rodriguez, Madria del Transito Orellana e Cinthia Rodriguez, dopo aver scontato 11 dei 30 anni di prigione cui erano state condannate per non aver portato a termine la gravidanza. Pur avendo avuto degli aborti spontanei, erano state dichiarate colpevoli di omicidio aggravato. In Perù invece Noelia Llantoy, oggi 34 anni, ha ricevuto le scuse ufficiali del ministero della Giustizia per essere stata costretta, quando aveva 17 anni, a portare a termine la gravidanza di una bambina nata poi anencefalica, pur avendo chiesto l’aborto terapeutico su indicazione del medico, secondo cui continuare la gestazione metteva a rischio la sua vita. Procedimento che le fu rifiutato da un ospedale di Lima.

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