Qualche tempo fa abbiamo raccontato la storia – una tra le tante – di una multinazionale che, nel nostro Paese, fatica a trovare ingegneri da assumere e che è costretta a “dirottare” il lavoro italiano nelle sedi estere (in Polonia, principalmente). Per dare una spiegazione al fenomeno, ci siamo rivolti al rettore del Politecnico di Milano. Che, in sostanza, ha confermato: “Non riusciamo a stare al passo con le richieste delle aziende. E la colpa è della politica che non investe”. Un grido d’allarme da una delle Università più prestigiose d’Italia. In pratica, una notizia.

La multinazionale avrebbe 40-50 posizioni aperte, tanto che il direttore delle risorse umane, molto francamente, si è detto disposto ad assumere lo stesso numero di persone “da domattina”. Naturalmente ci è venuto il dubbio che il cortocircuito tra domanda e offerta potesse nascere da stipendi troppo bassi. La verità, però, è che sono in linea col nostro mercato (il che, come vedremo più avanti, non esclude che siano, in generale, troppo bassi): circa 28mila euro lordi all’anno per un neolaureato (poco più di 1500 euro al mese con la tredicesima). Con la possibilità, stando a quanto sostengono, di avere il contratto a tempo indeterminato dopo sei mesi di prova. Il salario, in effetti, coincide coi dati diffusi dallo stesso Politecnico: dopo un anno dal conseguimento della laurea, un ingegnere guadagna, in media, 1618 euro al mese. 

Ora, possiamo discutere a lungo su quanto quella cifra sia più o meno modesta rispetto a quella che percepirebbe un lavoratore con lo stesso titolo oltre confine. In Germania, un professionista appena assunto ha uno stipendio lordo medio di 53.600 euro, in Italia di 32.700 euro. Se allarghiamo lo sguardo, scopriamo che nel nostro Paese i salari reali (che tengono conto del costo della vita) dal 2010 al 2017 sono calati del 4,3%, mentre a inizio 2018 sono saliti solo dello 0,4% contro il 2,7% dell’Unione europea (fonte Eurostat).

Di nuovo, sul perché i nostri stipendi non crescano se ne può parlare per ore. A partire dalla bassa produttività (per semplificare, la quantità di beni e servizi prodotti da un lavoratore in un determinato lasso di tempo che è rimasta stabile), dal livello – insufficiente – di innovazione e competenze tecnologiche, dalla disoccupazione che cala molto lentamente fino alla delocalizzazione delle industrie, all’elevato costo del lavoro e all’esplosione di contratti instabili (compreso il part-time involontario).

Ma voglio tornare su un punto, che mi ha stupito e che ci riporta più opportunamente alla questione iniziale degli ingegneri. Uno dei miei migliori amici è un ingegnere energetico, e da ingegnere energetico lavora, in Italia, da quasi dieci anni. Dopo diverso tempo in una piccola azienda, praticamente a conduzione familiare, è stato assunto da un paio d’anni da una società con centinaia di dipendenti. Ebbene, il suo stipendio è di pochissimo superiore a quello con cui aveva cominciato la carriera ed è praticamente identico ai 32.700 euro citati sopra. Compenso che, con la quattordicesima mensilità, ci restituisce i nostri 1600 euro (o poco più) con cui siamo partiti. Un caso? No. Un’altra persona a me molto vicina, ingegnera biomedica, affacciatasi sul mercato del lavoro cinque-sei anni fa, guadagna un filo meno.

Se mi guardo intorno, tra amici e conoscenti ingegneri, quelli che dal punto di vista salariale se la passano meglio – o bene – sono quelli che hanno deciso di andare all’estero. E il punto è proprio questo: in un mondo sempre più “vicino” e globale, gli ingegneri di domani esiteranno sempre meno a fare le valigie e a valicare il confine. Se il trend non cambia, se la differenza delle retribuzioni con gli altri Paesi europei, in termini reali (tenendo conto di costo della vita e inflazione), resterà tale, diventerà impossibile convincerli a rimanere. Succede già adesso: parte dei neolaureati, della forza lavoro più qualificata, se ne sta andando. Succederà sempre di più. E se fossi un governante, un decisore politico, di questo mi occuperei. Da subito e con urgenza.