A dimostrazione che trattare con i Talebani non è semplice ci sono i recenti attacchi compiuti soprattutto alla base militare di Shorab, nella provincia di Helmand. Gli Usa cercano una benedetta via di uscita, ritirando le truppe e affidando la gestione a privati. I Talebani hanno accettato di impegnarsi a non rendere più l’Afghanistan piattaforma per il terrorismo internazionale ma ad oggi sono poco propensi a un cessate il fuoco definitivo e soprattutto a trattare direttamente con il governo di Kabul. A dicembre il capo designato dai Talebani per la provincia di Helmand è stato ucciso da un attacco di droni americani e successivamente l’esercito afghano ha dichiarato di aver ucciso il capo dei servizi segreti talebani nella provincia. L’esercito riteneva che questo assassinio avrebbe indebolito la capacità dei talebani di combattere le forze dell’esercito afghano nella provincia e invece gli attacchi di questi giorni sono la prova contraria.

Al tavolo di Doha i Talebani hanno capito di aver in mano un potere immenso e che accelerando il ritiro delle truppe occidentali possono impadronirsi di tutto l’Afghanistan e tornare davvero in auge. I Talebani ritengono “illegittima” l’attuale Costituzione afghana e la considerano un vero ostacolo alla pace. C’è poi un dato di fatto che sembra essere sfuggito agli americani e cioè che i Talebani non sono più quelli degli anni 90, quando erano un gruppo di natura nazionale impegnati a difendere il proprio territorio dai possibili occupanti. Oggi i Talebani sono inseriti in un network più allargato e preoccupante che parte dal cosiddetto Pashtunistan i cui abitanti parlano un’unica lingua, hanno tradizioni comuni e vivono fra le aree tribali e le province autonome del Pakistan, il turbolento Kashmir indo-pakistan e ancora la frontiera con l’Iran, etc.

Da movimento degli “Studenti Coranici” oggi i Talebani hanno cominciato a fare “proseliti” anche nelle aree abitate tradizionalmente dalle etnie nemiche dei Pashtun (Tagiki, Uzbeki, Turkmeni). Poi ci sono i contadini che continuano a coltivare papaveri perché è l’unica coltivazione remunerativa in un mercato dominato dal traffico di droga ed eroina. I trafficanti hanno la protezione dei Talebani in cambio di soldi, una piccola tassa da pagare. Nulla rispetto ai guadagni del mercato globale che si avvale di un altro attore come il Pakistan che garantisce protezione ai Talebani soprattutto con i servizi segreti schierati. Le zone per la produzione di oppio non sono mai di fatto passate sotto controllo della Nato.

I Talebani inoltre hanno sempre avuto ottimi equipaggiamenti militari altrimenti non avrebbero potuto compiere attentati così gravi. Soprattutto sono in grado anche di creare ordigni esplosivi rudimentali. Basta una lattina di Coca-Cola o materiali di fortuna con un po’di esplosivo, non servono per forze tecnologie avanzate. Le armi le acquistano spesso dal mercato nero. Le forti nevicate in vaste aree dell’Afghanistan hanno portato a una netta riduzione delle violenze questo inverno, ma il clima più mite, per chi conoscere lo scenario di guerra afghano, porta a un aumento degli spargimenti di sangue che coincide con l’arrivo della stagione dei combattimenti primaverili. I Talebani probabilmente non si fermeranno con gli ultimi attacchi combinati ma aumenteranno le loro azioni belliche con l’arrivo della primavera in modo da aver un predominio sul campo di battaglia e per fare leva sul tavolo dei negoziati.

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