Il ministro Matteo Salvini va processato o ha agito per “un preminente interesse pubblico”? Ridotta all’essenziale la domanda sul caso Diciotti è questa e, sembrerà strano viste le polemiche di questi giorni, l’interesse pubblico è riconosciuto da tutti (l’obiettivo era costringere gli Stati Ue ad accogliere quote di migranti); si tratta di capire se l’interesse fosse anche “preminente”. Pensateci. Ci si divide su un aggettivo. L’ermeneutica della lingua italiana come chiave interpretativa della politica: “non c’era interesse preminente – si dice – essendo possibile raggiungere lo stesso esito con altri metodi”. E forse è giusto così, forse è opportuno fermarsi sulle parole, interrogarle, per vedere cosa ci dicono della questione Diciotti-Salvini.

Vediamo da vicino, dunque, questo importante aggettivo. “Preminente” – spiegano i dizionari – è ciò che è contrassegnato da importanza e superiorità; deriva dal latino praeminens e indica ciò che è da anteporre ad altre cose; che è prioritario, prevalente, predominante rispetto ad altro.

Tutto chiaro? Certo. Posto che “ciò che è prioritario e prevalente” – in una situazione data – qualcuno deve deciderlo. Qualcuno deve scegliere, tra diverse opzioni, qual è quella prioritaria e più efficace: Salvini e il governo hanno deciso che, vista la sordità degli Stati Ue, fosse necessario fermare alcuni giorni i migranti (senza privarli di soccorso e aiuto) per far sentire la propria voce all’Europa. Con qualche risultato, sembra.

Insomma, cari lettori, volendo giocare con la grammatica (e non solo), insieme all’aggettivo va analizzato l’avverbio: perché qui, davvero, a un certo punto, il problema è stato “preminentemente” politico. Era possibile raggiungere lo stesso esito con altri metodi? I fatti dicono che ogni tentativo alternativo in passato è fallito. E allora, votare contro l’autorizzazione a procedere contro Salvini è giusto, logico, opportuno, serio:

1. è giusto, perché i politici a un certo momento sono chiamati a decidere sia sul fatto in sé, sia sul “preminente” interesse pubblico;
2. è logico, perché dopo aver assunto collegialmente una decisione (sia pur senza formalizzarla) non la si può scaricare sul singolo ministro;
3. è opportuno, perché la questione si sta ingarbugliando troppo ed è pericolosa anche per Conte, Di Maio e Toninelli; perché non si tratta di proteggere Salvini da un’accusa di corruzione, perché una crisi di governo lo spingerebbe nelle mani di B.;
4. è serio, per uscire al più presto da una situazione paradossale: lottare dieci anni per arrivare al governo e “suicidarsi, determinando una crisi, per restare in vita”. In vita per fare cosa? Per tornare al governo? Con chi? Il governo è qui e ora: adesso sono in campo progetti importanti da portare avanti. Adesso bisogna andare incontro ai bisogni degli italiani; adesso, con questo alleato difficile, la Storia ha chiamato i 5Stelle a governare. Lo facciano. Il problema è preminentemente politico.

Il direttore Marco Travaglio, pur da posizioni opposte a quelle qui elencate (fa onore al Fatto pubblicare tesi contrastanti), ricorda le buone battaglie dei 5Stelle: “reddito di cittadinanza, vitalizi, anti-corruzione, blocca-prescrizione, lotta al precariato e al gioco d’azzardo, stop al Tav e alle trivelle”. E molto ancora c’è da fare. E allora, mi chiedo: perché rovinare tutto con una crisi di governo? Se proprio deve cadere il Salvimaio, cada su Salvini difensore degli affari e degli interessi che ruotano intorno al Tav. Su ciò lo si mandi a quel paese. Altre soluzioni mi sembrano davvero incomprensibili.