La crescita è rallentata e il rischio recessione è aumentato. Il rapporto Article IV del Fondo monetario internazionale sull’Italia, redatto il 18 dicembre scorso e pubblicato oggi, avverte il nostro Paese delle sue debolezze strutturali e della conseguente vulnerabilità: in caso di un acuto stress dell’Italia l’effetto contagio potrebbe essere globale e significativo, tanto da “spingere i mercati in territori inesplorati”. Il rapporto Fmi traccia anche un primo bilancio delle misure adottate dal governo M5s-Lega, a partire dal reddito di cittadinanza che è un passo nella giusta direzione ma prevede benefit “molto alti”, soprattutto “al Sud dove il costo della vita è più basso”: questo fa sì che rischi di essere un “disincentivo al lavoro“. Una valutazione, quella sul reddito di cittadinanza, che però non è piaciuta al vicepremier Luigi Di Maio: “Hanno affamato i popoli per decenni, ora ripristiniamo un po’ di giustizia sociale. Non hanno la credibilità per criticare il reddito di cittadinanza”, ha risposto all’Adnkronos. Eppure il Fmi era stato molto più duro su quota 100 che, si legge, porterà ad “aumentare i già elevati costi pensionistici“. Mentre era stata apprezzata sia la legge Spazzacorrotti sia “l’intenzione delle autorità di semplificare i processi amministrativi”.

L’Italia vulnerabile – “L’enfasi del governo sulla crescita e l’inclusione sociale è benvenuta. Le autorità hanno ereditato problemi difficili e di vecchia data”, afferma il Fmi nell’Article IV sull’Italia, dicendosi però preoccupato dalla possibilità che “la strategia del governo non sia all’altezza delle ampie riforme necessarie”. Lo staff in particolare “è preoccupato” dal fatto che le politiche del governo “rischiano di lasciare l’Italia vulnerabile a una nuova perdita di fiducia del mercato anche in assenza di ulteriori shock”.

All’Italia servono, secondo il rapporto, riforme strutturali per aumentare la produttività e sbloccare il potenziale del paese: un più alto potenziale di crescita, e non gli stimoli di bilancio o il rovesciamento delle riforme, è l’unica strada duratura per migliorare i risultati economici: “Senza riforme nessuna strategia per aumentare i redditi e assicurare la stabilità può resistere“. “L’attuazione di questo pacchetto di riforme ridurrebbe i rischi, spingerebbe la fiducia dei consumatori” e, secondo le simulazioni dello staff del Fmi, “potrebbe chiudere nel prossimo decennio i gap in termini di competitività, spingere il pil del 13% e ridurre il debito del 20%”. Il Fmi ritiene ci sia bisogno di una maggiore enfasi su riforme del lavoro e dei prodotti: l’Italia ha bisogno di ampliare la sua base imponibile – razionalizzando altre spese fiscali, evitando condoni fiscali e introducendo una moderna tassa sulle prime case – e di ridurre il cuneo fiscale. In questo senso, viene però bocciata un’eventuale flat tax che sarebbe “molto costosa e molto regressiva”, con un costo stimato di 80-90 miliardi di euro.

Sulla corruzione – La priorità quindi dovrebbero essere le riforme strutturali. E in questo contesto lo staff ha accolto con favore l’adozione del nuovo quadro generale in materia di insolvenza, la legge anticorruzione e le misure volte a rafforzare la gestione degli investimenti pubblici, nonché l’intenzione delle autorità di ridurre la burocrazia e semplificare le procedure amministrative. Nell’Article IV si legge infatti che “è necessario liberalizzare i mercati dei prodotti e dei servizi”. Il governo viene in particolare incoraggiato a proseguire su questa strada verso un “pacchetto completo” che avrebbe appunto prodotto sinergie importanti e ridotto la disoccupazione strutturale, oltre ad aumentare la produttività e gli investimenti. Il Fmi chiede anche ulteriori progressi nella razionalizzazione degli appalti e nella riforma delle imprese statali locali.

Sul reddito – Con una dotazione di 2 miliardi l’anno (lo 0,1% del Pil italiano) “i finanziamenti al Reddito di inclusione erano inadeguati“. Per questo il Fmi accoglie positivamente l’arrivo del reddito di cittadinanza. Ma sottolinea che, al contrario, “i 780 euro sono generosi” visto che un livello mensile di benefici “che risponda alle esigenze minime senza causare dipendenza da welfare” si attesterebbe fra i 325 e 568 euro. Il governo dovrà inoltre tenere conto della  forte evasione fiscale e delle dimensioni dell’economia sommersa: “Sarà necessaria una grande attenzione per garantire” la corretta destinazione degli incentivi. Quindi è giudicata “essenziale” sia l’attuazione che il controllo del Rdc, anche considerato il fatto, sottolinea il rapporto, che il tasso di povertà in Italia ”non solo è più alto della media europea ma è soprattutto fra le famiglie più giovani”. Oltre il 20% delle famiglie è a rischio povertà e l’emigrazione dei cittadini italiani è vicino ai massimi degli ultimi cinquanta anni.

Su quota 100 – Le regole per il pensionamento anticipato in Italia sono state “allentate notevolmente. Questo potrebbe aumentare il numero dei pensionati, ridurre la partecipazione al mercato del lavoro e la crescita potenziale, e aumentare i già elevati costi pensionistici”. Il Fmi boccia così Quota 100: “Capovolgimenti della riforma delle pensioni dovrebbero essere evitati”. Il governo “sta considerando modifiche” che potrebbero imporre “ulteriore peso sulle generazioni più giovani e lasciando meno spazio per politiche pro-crescita”.

Sui numeri – L’economia italiana crescerà quest’anno dello 0,6% dopo il +1,0% del 2018. Il Fmi conferma, nell’Article IV, le stime di crescita per il Belpaese, e stima che per il Pil una crescita inferiore all’1% nel 2020 e fino al 2023. Il rallentamento della crescita nel 2018 “riflette una crescita più lenta dell’area euro” e “una maggiore incertezza politica interna come evidenziato dagli elevati costi” del finanziamento del debito sovrano. Il debito pubblico italiano resta elevato: nel 2019 si attesterà al 130,9%, in calo rispetto al 131,4% del 2018: “Serve un risanamento credibile per portare il rapporto debito-pil su una stabile traiettoria di calo”. “Il debito resta alto e resta una perenne fonte di debolezza” osserva il Fmi. È previsto infine un deficit al 2,1% del pil nel 2019 e vicino al 2,9% nel 2020, “a meno che ci sia un ampio appoggio politico per attivare le clausole di salvaguardia per l’Iva o trovare misure in grado di compensare”.

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