“Airbnb, Booking, Tripadvisor ed Expedia traggono guadagno dai crimini di guerra e stanno alimentando le violazioni dei diritti umani contro i palestinesi”. Con il rapporto da 96 pagine “Destinazione occupazione”, Amnesty International si scaglia contro le grandi piattaforme online per la prenotazione e la recensione di attività ricettive o di intrattenimento che hanno inserito nelle loro liste aziende che operano all’interno degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, in alcuni casi senza specificare che si trovano nelle colonie.

L’organizzazione per i diritti umani sostiene che lo sviluppo e la promozione di attività basate negli insediamenti israeliani in Cisgiordania contribuisca allo sviluppo e alla sopravvivenza di queste enclave considerate illegali da numerose organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite. “La confisca illegale da parte israeliana delle terre palestinesi e l’espansione degli insediamenti continuano a produrre immensa sofferenza: i palestinesi vengono cacciati dalle loro case, i loro beni di sussistenza vengono distrutti e i servizi fondamentali come l’acqua potabile vengono loro negati. Airbnb, Booking.com, Expedia e TripAdvisor si basano sull’idea della fiducia mutua e condivisa ma stanno contribuendo a queste violazioni dei diritti umani grazie alle loro attività economiche negli insediamenti”, ha dichiarato Seema Joshi, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International, che poi aggiunge: “Il governo israeliano usa la crescente industria turistica negli insediamenti per legittimare la loro esistenza ed espansione e le agenzie online di prenotazione stanno al gioco. È giunto il momento che si schierino dalla parte dei diritti umani togliendo dalle loro destinazioni gli insediamenti illegali su terre occupate. I crimini di guerra non sono un’attrazione turistica”.

Per sostenere la propria campagna, i ricercatori di Amnesty hanno pubblicato anche i dati relativi alle attività operanti negli insediamenti e recensite sulle quattro piattaforme online prese in considerazione. Si scopre, così, che Airbnb ha nel suo circuito 300 proprietà nate all’interno degli insediamenti, che Booking ha messo in lista 45 strutture ricettive, che Expedia elenca nove destinazioni di soggiorno e Tripadvisor recensisce oltre 70 tra attrazioni, tour, ristoranti, bar, alberghi e appartamenti in affitto. Tra questi ultimi, come si può vedere nel video parodia diffuso dall’organizzazione, ci sarebbero anche attività d’intrattenimento strettamente legate alle problematiche del conflitto israelo-palestinese, con i turisti che hanno l’opportunità di partecipare a corsi di addestramento militare con uso di armi e training per proteggersi dagli attacchi terroristici in uno dei più importanti centri di addestramento delle forze di sicurezza israeliane nell’enclave di Gush Etzion.

Amnesty International ha così deciso di visitare alcuni villaggi palestinesi nei pressi degli insediamenti israeliani per capire che impatto abbiano queste attività sulle popolazioni che vivono vicino alle enclave. Nel report si legge che, così, si è potuto verificare che alcune delle aziende “ingannano anche i loro clienti non informandoli quando le destinazioni sono situate all’interno degli insediamenti israeliani”, aggiungendo che “negli ultimi anni il governo israeliano ha investito moltissimo nello sviluppo dell’industria turistica negli insediamenti. Definisce determinate destinazioni come ‘luoghi turistici’ per giustificare la confisca di terre e abitazioni palestinesi e spesso costruisce intenzionalmente insediamenti nei pressi dei siti archeologici per porre enfasi sulle connessioni storiche del popolo ebraico con la regione”.

Anche alcune delle attività proposte da queste strutture e recensite sui portali online, insiste Amnesty, contribuirebbero alla violazione dei diritti umani in Cisgiordania, come ad esempio la campagna “Campeggio nel deserto israeliano” promossa da Airbnb, Booking ed Expedia: “L’offerta del campeggio nel deserto è su un terreno che i beduini utilizzano per pascolare – continua Joshi – A causa dell’espansione dell’insediamento di Kfar Adunin, molti pastori beduini hanno perso i mezzi di sostentamento e ora dipendono dagli aiuti umanitari”.

Dopo che al-Jazeera e Human Rights Watch avevano sollevato la questione, a novembre Airbnb si era impegnata a rimuovere dalle proprie destinazioni gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, ma si è sempre rifiutata di fare la stessa cosa per le attività che sorgono a Gerusalemme Est. Amnesty ha chiesto spiegazioni anche alle altre tre piattaforme online. Mentre Airbnb e Tripadvisor non hanno risposto, Expedia e Booking hanno dichiarato di specificare ai propri clienti se un’attività presente sul loro portale si trovi o meno all’interno degli insediamenti israeliani, così da garantire al viaggiatore la massima trasparenza e libertà di scelta.

Twitter: @GianniRosini

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