Il fascicolo sanitario elettronico operativo in 14 regioni
Un diritto che va di pari passo con un altro strumento di welfare digitale: il fascicolo sanitario elettronico, che raccoglie storia clinica, referti di laboratorio (quelli delle immagini sono facoltativi) e prescrizioni di ogni assistito. Due mondi che non si parlano ancora. “Andrebbe trovato un collegamento, per usare i dati del fascicolo o inserire quelli della prestazione in telemedicina” fa presente Giuseppe de Pietro, direttore dell’Istituto di calcolo e reti ad alte prestazioni (Icar) del Cnr, che ha contribuito a realizzare il fascicolo elettronico e le regole tecniche per il suo utilizzo. Prima però il fascicolo va attivato e riempito. Il monitoraggio di Agid (l’agenzia governativa per l’Italia digitale) rileva che solo in 14 regioni il fascicolo elettronico è completamente operativo (Basilicata, Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Molise, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta, Trento, Bolzano). In altre tre è in fase sperimentale su un numero limitato di assistiti e medici (Marche, Piemonte, Veneto). Le restanti (Abruzzo, Calabria, Campania, Sicilia), in ritardo sulla tabella di marcia, si sono temporaneamente appoggiate all’infrastruttura digitale messa a disposizione dal Mef, alimentata ancora a macchia di leopardo. Appena il 18,4 per cento degli italiani (cioè 11.055.000) ha effettuato la registrazione online per accedere al fascicolo. E i referti digitalizzati rappresentano il 40 per cento (cioè 233 milioni) del totale prodotto.

La telemedicina non solo riduce le distanze, garantendo interventi tempestivi e più efficaci laddove altrimenti non sarebbe possibile. Ma contrae inevitabilmente anche i costi, evitando per esempio ricoveri inappropriati. “Il punto è che gli investimenti sono ancora bassi – dichiara Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio innovazione digitale in sanità del Politecnico di Milano -. L’Italia nel 2017 ha speso 1,3 miliardi di euro, pari all’1,1 per cento della spesa sanitaria pubblica, quando dovrebbe essere almeno del 2,5 per cento”.

Dal teleconsulto neurochirurgico al monitoraggio: i progetti da imitare
Vanno comunque segnalati alcuni progetti meritevoli
che intanto sono stati messi a punto e che dimostrano quanto ormai la telemedicina sia diventata imprescindibile. Partiamo dal Veneto. Dove dal 2008 è in funzione il teleconsulto neurochirurgico. I pronto soccorso territoriali (spoke) sono collegati tramite un software all’ospedale di alta specializzazione (hub) provinciale, dotato di neurochirurgia, a cui inviano gli esami radiologici per un teleconsulto. Quindi se il paziente necessita di un intervento viene subito trasferito in ambulanza al centro di riferimento. “Solo in provincia di Vicenza abbiamo fatto circa 7mila teleconsulti in dieci anni; in tutta la regione ne possiamo contare 25mila – dice Giampaolo Stopazzolo, direttore dei servizi socio-sanitari dell’Ulss 8 Berica -. Alla fine solo il 15 per cento dei pazienti viene trasportato e ricoverato nell’hub di riferimento con un grande risparmio, considerando i 700 euro al giorno per la degenza”. La cifra che l’ospedale di periferia sborsa al centro hub per ogni consulto a distanza, specifica Lorenzo Gubian, responsabile dell’agenda digitale della regione Veneto, è di “100 euro”. Gubian solleva un ulteriore aspetto problematico: “Non esistono tariffe per la mobilità sanitaria digitale. Se un paziente residente fuori regione viene televisitato nelle nostre strutture, la sua regione come fa a rimborsarci?”.

Un altro progetto riguarda il telemonitoraggio a domicilio per i pazienti con scompenso cardiaco cronico. La fase pilota, partita a luglio e terminata il 31 dicembre, ha coinvolto 20 pazienti. “Arriveremo a duemila nei prossimi mesi – continua Gubian -. Abbiamo consegnato tre device, uno per misurare la frequenza cardiaca e la saturazione di ossigeno nel sangue, un altro per la pressione arteriosa e un altro per controllare il peso. I dispositivi sono collegati via bluetooth a una centrale operativa attiva h24 che oltre a contattare settimanalmente il paziente, rileva le variazioni dei valori allertando prima l’infermiere e poi, se è il caso, lo specialista”. A Trento oltre alla telecardiologia domiciliare, dal 2016, che riguarda già duemila pazienti con defibrillatore o peacemaker, è partito anche il telemonitoraggio delle donne in gravidanza a rischio diabete. “Nel corso del 2019 verrà messo a regime per bambini e adolescenti affetti da diabete di tipo 1” ci informa Claudio Dario, direttore sanitario dell’azienda sanitaria provinciale.

Mentre in Puglia è attivo dal 2015 un servizio di telecardiologia nell’emergenza urgenza. “Gli operatori del 118 e tutti i punti di primo intervento inviano gli elettrocardiogrammi a una centrale operativa di cardiologi tramite un software installato su un tablet. Il cardiologo di turno fa un’immediata diagnosi del paziente stabilendo la necessità di un intervento o meno. “Abbiamo risparmiato 30milioni di euro l’anno per i ricoveri impropri – annuncia Ottavio Di Cillo, a capo dell’unità operativa di cardiologia d’urgenza al Policlinico di Bari e responsabile del centro di telemedicina regionale -, e il servizio ne costa un milione l’anno tra infrastrutture, cardiologi e ingegneri della control room”. Dal 2017 lo stesso servizio esiste nel Lazio. “In caso di insufficienza coronarica acuta il paziente va dritto in sala operatoria bypassando il pronto soccorso per eseguire un angioplastica” spiega Maurizio Stumbo, direttore dei sistemi informativi di Lazio crea. In Toscana oltre al teleconsulto radiologico e a quello cardiologico in emergenza, sulle isole e in tutta l’area vasta nord ovest (da Massa e Carrara a Livorno) è presente un sistema di teleconsulto con webcam per i casi di ictus e quelli pediatrici (presi in carico direttamente dal Meyer).

Con ritiro referti online si risparmierebbe un milione e 600mila euro
Si arriverebbe a un altro risparmio di 1,6 milioni di euro se almeno l’80 per cento dei cittadini ritirasse online i referti accedendo al proprio fascicolo sanitario elettronico. La stima è dell’Osservatorio del Politecnico, secondo cui otto italiani su dieci nel 2017 hanno ritirato i documenti clinici di persona impiegando in media 45 minuti, contro i 20 per il ritiro in farmacia e i cinque via web. Tre i nodi ancora da sciogliere sul fascicolo elettronico evidenziati da Pillon: “Ci sono reparti con le cartelle cliniche cartacee, che quindi non può essere inserite nel fascicolo, e le strutture private sono esentate dall’obbligo di digitalizzare i referti”. Impossibile infine interrogare il fascicolo. “Non posso fare una ricerca semantica mettendo una parola chiave, per esempio ‘fegato’ per capire se quel paziente ha avuto disturbi epatici, e neppure fare un’analisi dei big data, utile per scoprire relazioni tra le informazioni cliniche, e creare campagne di sensibilizzazione personalizzate sulle malattie, basate cioè non su criteri generici, come sesso, età e provenienza, ma realistici”. Il Cnr ci fa sapere comunque che un prototipo per affinare la ricerca è già pronto. Inoltre, entro il prossimo semestre i fascicoli saranno finalmente interoperabili tra una regione l’altra. Ma ancora adesso il documento sanitario di un cittadino residente in Lombardia e assistito nel Lazio non può essere caricato online.

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Telemedicina tra confusione e ritardi. Fascicolo elettronico? In 14 regioni. E l’80% dei referti viene ritirato di persona

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