Brumadinho è una città di poco meno di 40mila persone: Stato del Minas Gerais, nel sud-est del Brasile. Zona ricca di minerali, ricchissima. Nel Minas Gerais ci sono centinaia di miniere e molte di esse sono accompagnate da una diga, destinata a creare un bacino di raccolta dei reflui delle attività minerarie.

Troppo spesso, la barriera – la diga – che separa milioni di metri cubi di fanghi tossici dalla popolazione e dall’ambiente circostante è pericolosamente fragile. Per il pubblico ministero federale del Minas Gerais, ce ne sono almeno 106 altro rischio. In tutto il Brasile solo il 3% delle dighe è stata ispezionata nel 2017 (dati dell’Agenzia Nazionale delle Acque). Per il resto, la sicurezza di questi sbarramenti è autocertificata dalle aziende. Ci vorrebbero insomma più ispezioni, più rigore nel concedere le concessioni, più trasparenza.

Alle ore 13:00 di venerdì 25 gennaio (circa le 16:00 per noi), quando la diga della miniera di ferro di Feijao cede, rilasciando 13 milioni di metri cubi di fango tossico (verosimilmente metalli pericolosi come mercurio e altro), la sirena che doveva lanciare l’allarme non ha suonato. La barriera, costruita nel lontano 1976, ha ceduto troppo in fretta perché si attivasse l’allarme. Ammesso che il sistema fosse funzionante: secondo la proprietà, la potente Vale, quel deposito di veleni sarebbe stato inutilizzato da tre anni.

Centinaia di persone non hanno forse nemmeno sentito arrivare l’ondata assassina. La caffetteria dell’impianto è stata spazzata via, così come almeno un bus pieno di lavoratori. E le case che l’ondata ha travolto per prime ospitavano soprattutto le famiglie di chi in quella miniera lavorava. Adesso ci dicono che i morti accertati sono circa una sessantina, ma il bilancio finale potrebbe essere drammaticamente superiore.

Quando il 5 novembre 2015 cedeva la diga della miniera di Samarco, nei pressi di Mariana (sempre nel Minas Gerais) rilasciando 60 milioni di metri cubi di fango tossico e uccidendo 19 persone, tutto doveva cambiare. Ma non è cambiato nulla, anzi. L’impunità ha coperto i responsabili e, guarda caso, quella miniera era di proprietà sempre di Vale e di un’altra corporation mineraria, Bhp. Queste aziende hanno raggiunto un accordo con il governo brasiliano (circa 1,7 miliardi di euro) ma nessuno è finito in prigione, nessuno è stato risarcito e il Rio Doce e tutto l’ambiente devastato sono ancora in condizioni pietose.

La cosa più allucinante è che il Congresso del Brasile, alla ripresa dei suoi lavori prevista per il 4 febbraio prossimo, discuterà di concessioni e sicurezza mineraria. Ma per diluire ancora di più le regole: autocertificazioni delle concessioni, esenzioni in materia di sicurezza per certe attività produttive pericolose e flessibilità nelle prescrizioni ambientali sono i temi all’ordine del giorno.

Nulla di sorprendente purtroppo. Mentre dopo il disastro di Mariana del 2015, per prevenire altre tragedie, la società civile, i pubblici ministeri e l’Agenzia ambientale (Ibama) chiedevano – contro la potentissima lobby mineraria – regole più rigide per le licenze e una fiscalità maggiore, in campagna elettorale l’attuale presidente Bolsonaro ha promesso di cancellare le multe ambientali per le aziende. Normale quindi che il nuovo ministro dell’Ambiente abbia già proposto di velocizzare la procedura di concessione delle licenze e di punire gli ispettori ambientali che comminano multe “irragionevoli”. E che il nuovo presidente dell’Ibama sia favorevole all’auto concessione delle licenze e alla velocizzazione delle procedure ambientali.

La tragedia di Brumadinho non è un incidente. È un crimine, ambientale e non solo, accuratamente cercato e promesso.

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