A una festa di famiglia un uomo – padre di quattro femmine – chiede a un altro, padre di una femmina e un maschio: “Come hai fatto?” “Beh sai, l’abbiamo fatto in una notte di luna piena, bevendo nettare di ambrosia.” “No, davvero. Come hai fatto?” “Mi stai chiedendo, sul serio, come ho fatto a fare un maschio?” Il padre delle quattro femmine proprio non voleva accettare l’eventualità di non avere un figlio maschio.

Un amico mi ha raccontato della reazione del nonno alla notizia di una figlia femmina: “Bestemmiò e se ne andò al bar”. Al contrario, il padre di una mia amica fotografò i genitali del neo nipote, primo dopo tutte femmine, quasi ad immortalarne la veridicità. Episodi di gaudio e facezie sul glorioso arrivo di un pene sono innumerevoli, tutti ne conoscono almeno uno.

Se è vero che con l’avvento della proprietà privata, in molte società la donna fu messa a nudo e depredata per secoli dei diritti giuridici e legali, dell’eredità, e vista come frutto impuro o cosa da possedere di nessun valore, nell’occidente di oggi la situazione – almeno sulla carta – è diversa. Eppure il narrato quotidiano, forse più retaggio di alcune categorie sociali o geografiche, mostra una realtà contraddittoria dove il sesso del nascituro è percepito con venature diverse. 

Quanto l’arrivo di un figlio maschio, per alcuni, risulta più gradito rispetto a una femmina? Da madre di entrambi è illogico anche solo pensare di distinguerli, un figlio dovrebbe essere asessuato, almeno nell’amore dei propri genitori. Eppure ho visto svariate volte, anche nelle persone più insospettabili, l’entusiasmo generato dalla scoperta di due virili gioielli sferici.

Per alcuni la paternità è gioia che, con la garanzia del cognome, si eleva a suggello della specie. Sembrano discorsi antichi, estranei a una mentalità emancipata, e il più delle persone in pubblico rivendicherebbe l’estraneità a simili insinuazioni, salvo poi riservare nell’educazione dei figli un trattamento diverso a fratelli e sorelle.

La società in generale è spinta, spesso più per abitudine che per principio, a distinguere in base al sesso, adottando determinati atteggiamenti. Per il compleanno alle femmine vengono regalati in maggioranza bambole, trucchi, gioielli o oggetti dedicati alla cura della casa o della persona. Raramente ho visto regalare a una bambina giochi di scienze, esperimenti di chimica, ingegneria o attività che richiedessero l’intelletto; al contrario li ho visti spesso ricevere ai bambini.

Il padre di D., sebbene lei avesse tentato in mille modi di attirare la sua attenzione, non è mai riuscito a percepirla e a intrattenersi con gli stessi occhi con i quali guardava il fratello. Tuttavia, la morsa che su di lei stringeva era mille volte più tenace che con il figlio, al quale venivano concesse libertà per lei impensabili. Qualunque donna che abbia avuto un fratello capisce perfettamente la differenza di concessioni a cui mi sto riferendo. Diritti e doveri, regole e benefici, spesso passano attraverso la cernita del genere.

Quando ero incinta del mio terzo, maschio dopo due femmine, in molti andavano in sollucchero quando gli confermavo il sesso del bimbo. Talmente tante volte che la più grande, a un certo punto, mi ha chiesto: “Mamma, ma perché sono tanto contenti che sia un maschio?”

Uomini e donne, bambini e bambine sono uguali davanti agli occhi di dio, ma qualcuno è più uguale degli altri. E anche da noi, ancora oggi, in mezzo agli sguardi dei genitori ce n’è uno che ha un sorriso un po’ più largo, mentre mostra al mondo il suo erede.

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