Vale la pena rileggere con attenzione il messaggio ormai noto che il vicesindaco di Trieste Paolo Polidori ha pubblicato su Facebook: “Sono passato in via Carducci, ho visto un ammasso di stracci buttati a terra… coperte, giacche, un piumino, e altro; non c’era nessuno, quindi presumo fossero abbandonati: da normale cittadino che ha a cuore il decoro della sua città, li ho raccolti e li ho buttati, devo dire con soddisfazione, nel cassonetto: ora il posto è decente! Durerà? Vedremo. Il segnale è: tolleranza zero!! Trieste la voglio pulita!! PS sono andato subito a lavarmi le mani! E adesso si scatenino i benpensanti, non me frega nulla!!”

Ci sono almeno due figure retoriche che ci aiutano a capire ciò di cui questo messaggio parla davvero. La sineddoche, che esprime la parte per il tutto (in questo caso la coperta per significare la persona che vi si copriva), e la metonimia, che – come spiega l’enciclopedia Treccani – risulta da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo avere mentalmente associato due realtà differenti ma discendenti o contigue logicamente o fisicamente, si sostituisce la denominazione dell’una a quella dell’altra: coperta e senzatetto.

Proviamo allora a tornare sul post che Polidori ha prontamente cancellato da Facebook dopo l’infuriare delle proteste e le richieste di dimissioni. Il “me ne frego” ormai reso parola d’ordine dal ministro dell’Interno. Il concetto di malattia e contagio propagato al corpo sociale dalle vite degli “scartati”. La necessità di igiene per il bene della comunità. La difesa della decenza. Ma, soprattutto, quell’ammasso di stracci buttati con soddisfazione nel cassonetto. Eliminati.

L’intero messaggio parla su un doppio livello. Quello strettamente verbale, che ha consentito al presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, di difendere Polidori (“Andare a dire che il vicesindaco di Trieste lascia per strada al freddo una persona senza coprirsi è una falsità colossale che bisogna negare”), e quello figurato, che produce e alimenta un pensiero condiviso, sempre a rischio di passare dalla dimensione del simbolico a quella del reale. Un passaggio che, nella malafede dell’affermazione del vicesindaco, risuona ironico e spettrale: “Non c’era nessuno, quindi presumo fossero abbandonati”.

Storicamente, la presenza dei poveri come figure marginali della nostra società è stata accettata e giustificata con l’istituto della beneficenza, che ne ha reso la condizione di disparità un dato di natura che non interpella la dimensione della giustizia. È nelle dittature del Novecento che i poveri sono diventati nemici, potenziali criminali, dispensatori di malattie, corpi la cui sola vista reca offesa, residui da internare ed eliminare. La loro rimozione è la promessa fatta dai regimi ai cittadini che ne accettano l’ordine mortifero: la promessa di non finire come loro, di essere protetti, perché il povero è il fantasma, la dimostrazione del precipizio. Ed è, oggi, il rimosso del nostro ordinamento piccolo borghese, dove pochissimi detengono la ricchezza e gli altri si tengono su un bilico, sempre più precari e incerti.

La protezione dei non abbienti e la battaglia contro la povertà dovrebbero essere le pietre miliari di un pensiero politico di sinistra. E tuttavia è difficile accettare l’indignazione che le parole del vicesindaco hanno suscitato in esponenti di quella che fino a poco tempo fa è stata la sinistra di governo. Cosa facevano, Matteo Renzi e Debora Serracchiani, quando i sindaci – applicando l’articolo 50 del Testo unico degli enti locali riscritto dal Decreto legge Minniti del 20 febbraio 2017 n. 14 recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città” – chiedevano ordinanze contro l’accattonaggio e il sequestro della questua? Cosa facevano nell’estate del 2016, quando il sindaco Pd di Ventimiglia Enrico Ioculano emetteva un’ordinanza con cui vietava la somministrazione di cibo e bevande “a persone migranti, senza fissa dimora e in condizioni di necessità”?

Non si tratta di recriminare, ma di riannodare le maglie strappate di una politica fondata sull’umanità, quella stessa umanità che viene infranta quando si nega il diritto di ciascuno di chiedere aiuto se si trova in condizione di bisogno, di tentare di vivere e sopravvivere chiedendo l’elemosina, di cercare cantucci dove proteggersi dal freddo. Si tratta di riconoscere il pensiero potenzialmente criminale che porta a rimuovere dalle strade dapprima gli stracci e poi chi vi si ripara, senza vedere che quegli stracci sono un atto d’accusa contro politiche economiche e sociali abbracciate da tutte le compagini che si sono succedute al governo.

“La lingua, come gli uomini, può essere ridotta in povertà”, disse lo scrittore polacco Czesław Miłosz nel suo discorso di accettazione del Nobel. È per questo che dovremmo smettere di chiamare “mendicanti”, “barboni”, “clochard”, “homeless” le persone che potremmo essere noi: uomini e donne colpiti dalla crisi economica, sfrattati, licenziati, disoccupati, sgomberati, profughi, richiedenti asilo abbandonati a dispetto della protezione cui avrebbero diritto. Ed è per questo che la sinistra non può parlare di rimozione, decoro, disturbo dell’ordine, quando si tratta di esseri umani.

Per fortuna esiste una forza fatta di cittadini e cittadine che, pur privi di rappresentanza, a Ventimiglia, a Como, a Bologna, a Roma, a Trieste, scendono nelle strade a distribuire cibo e coperte per protestare contro le ordinanze, gli sgomberi, gli atti esibiti come “tolleranza zero”. E che continuano a essere in mare a raccogliere i naufraghi, a costo di restare ostaggio di politiche di morte. Poiché amano la lingua, che è il nostro veicolo essenziale di comunità, non chiamano “clandestini” i profughi, non chiamano “decoro” la pulizia sociale, non chiamano “sicurezza” la gabbia in cui tutti siamo sempre più imprigionati.

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