L’attacco al ruolo e al senso delle organizzazioni non governative iniziato con la dottrina Minniti e il suo codice di condotta per Ong, proseguito con inaudita violenza dal ministro di ogni cosa Matteo Salvini, merita qualche considerazione di fine anno. Il primo compito della politica è guadagnare pace e prosperità per i cittadini del mondo: mentre i politici risolvono questi problemini, l’aiuto umanitario svolge un ruolo di tampone per ridurre il danno dell’enorme iniquità del nostro mondo e contribuisce a rendere le mani dei politici un poco meno sporche di sangue. Ad esempio, il dovere di creare le condizioni per innescare processi di pace nei tanti scenari bellici è completamente sparito dall’agenda politica.

Pare incredibile che il servizio pubblico televisivo non abbia un format che si occupi di aiuto umanitario e diritti umani. Ogni volta che le Ong riescono a passare in tv per pochi minuti, si accontentano di raccontare una storia strappalacrime con una soluzione che strappa un sorriso, cui segue un conto corrente. Non vi è un luogo di approfondimento, dibattito su obiettivi, strategie, su cosa sia la sostenibilità 2.0. Un luogo in cui chi dona i suoi soldi possa diventare un donatore consapevole.

Le affermazioni sui biglietti di prima classe e gli hotel a cinque stelle per gli operatori delle agenzie delle Nazioni Unite sono grottesche e strumentali in bocca al ministro Salvini, perché mirano solo a distruggere, screditare e banalizzare. Ma contengono pure un fondo di verità, come ben sanno coloro che si occupano con amore e spirito critico di aiuto umanitario, a differenza del ministro che neppure sa gestire i finanziamenti del suo partito.

Le varie agenzie delle Nazioni Unite hanno certamente costi di gestione troppo alti, spesso hanno funzionari doppioni (ad esempio Unicef e Oms) e svolgono per loro stesso mandato troppo lavoro in ufficio e poco sul campo. Nelle riunioni di “alto livello” ho assistito a dotte dissertazioni tra esperti in salute pubblica diplomati a Ginevra, New York e Londra in cui non arrivava la voce della foresta. Cionondimeno il ruolo delle agenzie Onu è fondamentale: con i loro documenti raccontano ciò che avviene nel mondo e forniscono dati ed elementi tecnici insostituibili per chi vuole agire: ad esempio, da medico cooperante le pubblicazioni dell’Oms sono sempre state un punto di riferimento insostituibile.

Il mondo Ong è una galassia variegata in cui è facile perdersi. Tanti sono gli esempi di organizzazioni di varie dimensioni, solide, ben strutturate, centrate sui bisogni reali e con una visione operativa e programmatica che le rende incisive ed efficienti. Ne esistono poi di piccolissime, che necessariamente devono pensare soprattutto a sopravvivere esse stesse e non riescono a portare valore aggiunto. Una piccola Ong che riceve soldi per pochi progetti, da un solo donatore, si trova necessariamente nelle condizioni di far funzionare il progetto a singhiozzo, perdendo ogni credibilità agli occhi dei propri partner locali e dei beneficiari.

Varie organizzazioni non governative, inoltre, sono composte da persone di gran buona volontà, ma con insufficiente competenza tecnica e ciò le rende parte del problema e non della soluzione. Ogni sforzo teso a confluire, a fare massa critica, porterebbe al bene vero verso i beneficiari dei progetti. Ci sono esempi virtuosi di consorzi di Ong transnazionali europei, che hanno portato competenza e possibilità di partecipare in maniera credibile a bandi con budget molto importanti.

Il concetto di sostenibilità, punto centrale di qualunque visione di sviluppo, necessita di un approfondito dibattito, fuori da ogni stereotipo. Insegnare a pescare invece di dare pesci non può bastare: è essenziale verificare chi poi quei pesci pescati li mangi. Esiste in questo una grande responsabilità dei donatori istituzionali, spesso lacunosi nel monitoraggio e valutazione dei progetti che finanziano. Se un progetto di tre anni sta funzionando bene, dovrebbe essere più facile rifinanziarne l’evoluzione, anche per aiutare le Ong a concentrarsi sull’implementazione e non sprecare troppe energie ad arrovellarsi su come far rifinanziare qualcosa che ha mostrato risultati.

Mi è capitato, in un Paese dove ho lavorato due anni, di diventare amico di un funzionario del ministero di quel Paese che aveva il compito dare alle Ong il pezzo di carta fondamentale perché potesse presentare il progetto al suo donatore: è la lettera in cui è scritto che la proposta della Ong è utile al Paese. “Dottor Michele”, mi diceva, “le organizzazioni serie, di cui ben conosciamo il lavoro e che presentano progetti in linea con le nostre vere priorità hanno da me un sincero e forte sostegno. Sono talmente benvenute nel Paese che noi stessi contribuiamo ai loro progetti. Altri interventi non li condivido, ma siamo poveri e sono pur sempre soldi che entrano nel Paese. Io spiego” diceva questo funzionario “che quel progetto non è una priorità, consiglio di riformulare l’intervento, di lavorarci insieme, ma a volte, per motivi che non comprendo, loro vogliono fare quella cosa in quel luogo. Tu che faresti?”.

Ownership, accountability, ovvero gestione diretta e responsabilità, sono parole chiave per uno sviluppo sostenibile. Se collabori con un ospedale dove l’anestesista locale arriva al lavoro ubriaco (gli esempi limite sono sempre utili alle riflessioni), che puoi fare? Una lettera di protesta al direttore. Se invece l’ospedale è di tua responsabilità, lo potrai licenziare. Anche potendo, a volte non si fa, per paura di rompere equilibri. Se invece lo fai – per rispetto dei pazienti, dei medici e degli infermieri locali che lavorano seriamente – ecco che tu sei la Ong che vorrei finanziare con i miei soldi.

Infine, benvenuti controlli e verifiche che abbiano conseguenze. Sono necessari e fanno bene al sistema valorizzando gli attori più virtuosi. La caccia alla streghe, invece, è solo sintomo di una politica che nutre il suo popolo di qualunquismo deresponsabilizzante, odio e diffidenza verso l’altro e ha paura delle critiche e di una società civile libera e pensante. Sembriamo tutti impegnati a mettere sacchi di sabbia alla finestra senza preoccuparci mai di dare un’occhiata a ciò che sta accadendo fuori.

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