L’Ires raddoppia e passa dal 12 al 24 per cento per il settore no profit. Parliamo di enti non commerciali come gli istituti di assistenza sociale, enti ospedalieri o associazioni senza scopo di lucro. Tutto scritto nel maxiemendamento passato al Senato e che nelle prossime ore avrà il via libera definitivo dopo il passaggio alla Camera. Ma se il vicepremier Luigi Di Maio ha annunciato che la norma va rivista e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha specificato che sarà ricalibrata in un altro provvedimento a gennaio, il no profit italiano è sul piede di guerra perché, come spiega la portavoce del Forum Terzo settore al fattoquotidiano.it Claudia Fiaschi, questa norma “equipara enti, da decenni considerati meritevoli di agevolazioni fiscali per le loro attività per le fasce più disagiate della popolazione, alle imprese che fanno lucro“.

Che cosa significa confermare lo stop delle agevolazioni Ires?
Questo provvedimento non porta solo a un irragionevole inasprimento fiscale, ma tocca anche la nostra visione del bene comune. Non c’è più alcuna differenza tra perseguire un interesse egoistico – spesso additato come fonte delle tante diseguaglianze del nostro Paese, e non solo – al posto dell’interesse generale. In definitiva viene messo in discussione l’articolo 2 della Costituzione e la recente normativa sul Terzo settore.

A quanto corrisponde il gettito fiscale con l’entrata in vigore della norma?
Stiamo parlando di 118 milioni per il 2019 e di 158 milioni dal 2020 in avanti, come scritto nella relazione tecnica della manovra. Il taglio delle agevolazioni, peraltro, si inserisce in un momento delicato di transizione tra la vecchia e la nuova normativa. Il decreto legislativo 117 del 2017 con il Codice del Terzo Settore aveva già previsto la esclusione degli enti del terzo settore dalla agevolazione Ires ma solo a partire dall’entrata in vigore del nuovo quadro fiscale (ora in attesa di autorizzazione dal parte dell’Unione Europea) che prevede diverse modalità agevolative, così da non comportare squilibri nella vita degli enti.

Chi viene penalizzato?
Tutte le categorie elencate nel testo, senza distinzione. Enti e istituti di assistenza sociale, società di mutuo soccorso, enti ospedalieri, enti di assistenza e beneficenza, ma anche istituti di istruzione e istituti di studio e sperimentazione di interesse generale che non hanno fine di lucro, corpi scientifici, accademie, fondazioni e associazioni storiche, letterarie, scientifiche, di esperienze e ricerche aventi scopi esclusivamente culturali. E pure istituti autonomi per le case popolari.

 

Tra gli istituti che pagheranno l’Ires raddoppiata, per fare qualche esempio, ci sono il Cottolengo di Torino che dovrebbe pagare quasi un milione di euro, il Pio Istituto sordomuti di Milano 200mila così come la Fondazione Girola (che una volta gestiva orfanotrofi, ora gestisce strutture per i bisognosi e assegna per lo più borse di studio per i non abbienti). E tanti altri: sempre in ambito sociosanitario, enti come la Croce Rossa, Misericordie d’Italia Associazione nazionale Pubbliche assistenze sui quali si basa il servizio del 118 in Italia. O ancora, il Don Gnocchi, l’Opera San Francesco (che gestisce strutture per i senza fissa dimora). Ma anche enti di ricerca sanitaria non profit come i diversi Istituti di Ricerca contro il Cancro, e anche enti culturali come ad esempio, la Fondazione Gramsci, il Centro Gobetti, la Fondazione Einaudi e molte altre.

Cosa dovrebbe fare, invece, il governo per sostenere il mondo no profit? 
Dovrebbe tornare sui suoi passi e non abolire l’agevolazione Ires, proseguendo il percorso per portare a compimento la riforma. La presidenza del Consiglio dovrebbe riunire finalmente la cabina di regia prevista dalla riforma per dare il via libera ad alcuni provvedimenti, come i decreti ministeriali attesi da tempo. Poi apportare ancora alcune correzioni al testo della riforma e semplificazioni dopo l’approvazione di norme che non hanno avuto il necessario coordinamento con quanto previsto dal Codice del Terzo settore, per esempio in materia di trasparenza dei contributi ricevuti, completamente scoordinato con i già diversi strumenti di trasparenza previsti dal Codice Terzo settore e che – invece di semplificare la vita agli enti – ne complicano la vita). E abbiamo anche un altro suggerimento per il governo.

Prego.
Come fondatori dell’Alleanza contro la Povertà chiediamo di non esautorare i Comuni per affidare ai Centri per l’impiego la regia di uno strumento che deve combattere un fenomeno che, per sua natura, richiede approcci multidisciplinari e che solo i servizi sociali dei Comuni sono in grado di affrontare. Ben vengano nuove risorse per l’ampliamento della platea e a maggior ragione per rinforzare i centri per l’impiego, ma all’interno di un approccio sistemico ed integrato.

(ha collaborato Renato La Cara)