Alleluia. Ho ballato il boogie woogie in chiesa, ho cantato e non nel coro della parrocchia. Insieme a me 700 fans battevano il ritmo a suon di gospel nelle monumentale basilica angioina di San Lorenzo Maggiore. La voce di Pastor Ron, il fuoriclasse della musica afro/americana, ha tuonato per un’ora e mezza fino alla fine del suo fiato. Do di petto e sguardo sempre rivolto al cielo, come se in quel momento avesse avuto l’illuminazione. A man who breathes the vision (l’uomo che respira la visione) ha conquistato le platee di mezzo mondo.

Il termine gospel, in inglese, significa Vangelo, buona novella, “parola di Dio” e mischia temi religiosi con le tecniche del blues e del jazz. Al quale aggiungere la densità emotiva di Pastor, un crescendo, la sua energia straripante. Canta, suda e si commuove. Dall’altare scende tra il pubblico per farci fare quattro salti. Una marea di selfie. Lo segue la corista dall’ imponente Lato B e poi un’altra ancora, un gruppetto di suorine si dondolano e battono le mani. Una gioia vederle. Sarà contento chi ha fatto una polemica dal niente, giusto per guadagnarsi un trafiletto di notorietà: “La chiesa non è uno stadio. Il Signore non apprezzerebbe che si promuovono spettacoli per ricchi”. Polemica inutile (e conosco un po’ la materia). I biglietti sono andati a ruba in poche ore. Ebbene sì, c’erano due tariffe, usando una metafora calcistica, c’erano biglietti da tribuna d’onore e da curva. La “tifoseria” ha comunque gradito e ha ballonzolato fino all’ultimo gorgheggio. Ancora un sospiro e Pastor, ormai senza voce, intona Silent Night, in un tripudio di candeline accesse e flashate di raggi laser. Unica colpa che si può imputare all’Associazione Vivere Napoli è che non ci sia stata una seconda replica.

Si cambia musica. Da oltre tre secoli non c’è Natale senza “Cantata dei Pastori”. Da quarant’anni non c’è Cantata dei Pastori senza Beppe Barra, icona del teatro napoletano. La Cantata scorre nelle sue vene,  prima di lui sua madre, Concetta Barra, un monumento della Commedia dell’arte napoletana, è stata l’indimenticabile sibilla e zingara nella Cantata. A braccetto con la Napoli del L’Amica Geniale anche la tradizione musicale. Tra versi arcadici e lazzi scurrili, tra lingua colta, dialetto e riti pagani. La Cantata ha debuttato al Teatro Politeama. E dietro le quinte commuove la storia di Nunzio Areni, suonava il flauto nelle prime messinscena, era il pastore Benino e aveva 15 anni, oggi che ne ha 50, insegna al Conservatorio, è diventato il producer e promotore della candidatura perché l’antica rappresentazione sacro/grottesca diventi patrimonio dell’Unesco. Fa il tutto esaurito Beppe Barra, che firma anche la regia, nel ruolo dello scrivano Razzullo emigrato in Palestina ai tempi della nascita di Gesù, in coppia con Rosalia Porcaro, altra stella del cabaret, nei panni di Sarchiapone, il barbiere matto.

Musica maestro. Al Museo Archeologico, sullo sfondo del possente Toro Farnese, va in scena la terza edizione del Festival Barocco Napoletano, ideato da Massimiliano Cerrito, un calendario fittissimo di rendez vous musicali fino a maggio 2019, prima della tournée internazionale. E gli scugnizzi diventano musicisti. Hanno tutti dai 7 ai 20 anni i ragazzi della compagnia di quartiere Sanitansamble e salgono sul palcoscenico del Teatro San Carlo per il concerto solidale di Natale. La Napoli (in)cantata, quella del neapolitan sound da innumerevoli followers, rende omaggio al “mascalzone latino”  Pino Daniele al Teatro Augusteo con una rivisitazione delle sue canzoni in chiave da opera. In scena musicisti che hanno condiviso pezzi della sua carriera: Antonio Onorato, il fuoriclasse del jazz, che tutto il mondo ci invidia, Marco Zurzolo al sax, e  sopratutto la sua corista storica Donatella Brighel, voce toccante di “Terra mia”. Per ricordare che Napule non è più na’ carta sporca. E nisciuno se ne importa. E ognuno aspetta a’ sciorta (un colpo di fortuna)…
Buona novella a tutti.