Guardando la foto di Susanna Ceccardi, sindaco leghista di Cascina, trionfante a bordo di una ruspa col pollice alzato e il suo post: “Missione compiuta! Campo rom sgomberato e demolito! Forza ruspa!” mi è venuta in mente la donna che in una poesia di Victor Hugo, tradotta in italiano da Giovanni Pascoli, ficca la punta dell’ombrello nell’occhio di un rospo. La bestia, che  se ne stava tranquilla in un angolo di un viottolo viene tormentata da persone perbene e innocenti e salvata alla fine da uno che sta male quanto lui, un asino che porta un carico pesante e viene bastonato dal suo barrocciaio.

Il volto, la posa, la ruspa, dalle parole ai fatti, copia minore del ministro dell’Interno che demolisce a colpi di ruspa le ville dei Casamonica, nello stile del Mussolini che trebbia il grano, sono l’immagine che si sta imponendo. La ruspa diventa il simbolo dell’azione di governo, un’azione che demolisce, che eccita gli spiriti “cattivi” e intimorisce i “buoni”.

Non importa che sia a senso unico – non si colpisce certo l’abusivismo che da decenni ha devastato e devasta mezza Italia ma solo quello dei più odiati dal popolo, gli “zingari”, quelli che dopo un decennio di campagna d’odio ora si possono usare per dimostrare la “forza” di una legalità senza giustizia. E magari anche far vedere una ferrea coerenza che copre ben altre incoerenze: dal “non arretreremo di un millimetro”, al “me ne frego”, sempre nello stile virile del ventennio, alla retromarcia di fronte alla Ue sulla manovra economica. Che importa fare penose retromarce dopo aver bruciato qualche miliardo se fai la tua bella figura su una bella ruspa che demolisce le case dei rom? Nella peggiore delle ipotesi liquidi le 38 famiglie con annessi bambini con 500 euro, come ha fatto la sindaca Ceccanti, oppure come l’altro sindaco rampante, quello di Gallarate mette in albergo per 30 giorni e poi mandi a spasso 80 sinti con annessi bambini, cittadini gallaratesi da sempre, perché sul terreno messo a loro disposizione dal Comune avevano costruito il loro luogo di culto e dei servizi igienici.

Così si manda un messaggio chiaro: se sei cattivo, e anche vigliacco perché costa poco essere cattivi con chi è fragile, ti costruisce la tua bella carriera politica. La sindaca assistente del suo leader maximo e, come il sindaco di Gallarate, pronta chissà al salto nell’odiato ma assai remunerativo parlamento europeo nel quale si può anche non andarci mai come ha fatto quasi sempre Salvini però a fine mese c’è sempre la paga. E intanto festeggiamo tutti un bel Natale, con tanto di Santa Messa, recite scolastiche dei nostri figli piene di parole buone, di canti che ricordano il sacrificio dei poveri, degli ultimi, dei cacciati, degli esiliati, dei sopraffatti, dei “rospi accecati dalle signore impellicciate”, certo, perché Gesù era uno di loro. Sì, perché quelle parole e gli occhi lucidi di commozione dei nostri figli che ci credono, che sperano davvero in un futuro bello e giusto, ci purificano, fanno sentire buoni anche quelli che fino a ieri accecavano i rospi per strada.

Ma per quanto? E il rospo dove troverà l’asino che lo salva?

Nei nostri bimbi che ci credono? Allora Buon Natale ai nostri bimbi che ci credono. Negli asini d’Italia? Allora Buon Natale a tutti gli asini d’Italia: le tante donne e i tanti uomini che in questo momento lottano con tutte le loro forze per ogni vita, per ogni migrante, per ogni bambino “zingaro”, per ogni baracca sotto sgombero, per ogni “rospo accecato”. Buon Natale ai “buonisti”, ai radical chic, ai comunisti e ai compagni, agli intellettuali che pensano controcorrente, ai preti ribelli che chiudono le chiese a Natale per protesta contro il decreto sicurezza, a quelli che protestano e contestano, a tutti quelli che si sentono scoraggiati dai bulli quotidiani, negli autobus, nei bar, nelle metropolitane, in televisione, sui social  e ogni giorno trovano comunque la forza per reagire in qualche modo, a tutti quelli che si svegliano di notte e pensano ai bambini al freddo. Buon Natale ai migranti, coloro che sono l’incarnazione del destino di Cristo. Buon Natale alla mia gente. Le lucine nelle vostre campine, nelle vostre baracche, nelle vostre casette mobili, nei vostri accampamenti provvisori e precari con tantissimi bambini comunque felici danno un senso a questo Natale e sono il mio presepe.

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