La resistenza e il contrasto al decreto Salvini, l’affermazione dei valori di accoglienza, di solidarietà o anche semplicemente di gestione intelligente dell’afflusso di questi anni non può essere affidato alla sola protesta politica, né soltanto ai ricorsi che stimolino l’autonomia della magistratura e/o della Corte Costituzionale. Non ci sono oggi le condizioni politiche e di opinione per rovesciare l’onda xenofoba e incompetente che ha portato all’approvazione del decreto col voto di fiducia. Tantomeno si può pensare di rovesciarlo con un referendum abrogativo che oltretutto confermerebbe l’insana idea di sottoporre i diritti umani delle minoranze ai sentimenti contingenti della maggioranza.

E allora che fare? Ci stanno pensando, e stanno facendo qualcosa, in tanti: almeno tutti quelli che sono costretti a pensarci e ad agire perché sono direttamente coinvolti come operatori o come migranti. Siamo già in ritardo, è il momento di discuterne in un unico ambito nazionale, perché altrimenti i comportamenti saranno inevitabilmente subalterni, di adattamento, di “io speriamo che me la cavo”.

Credo che la risposta da dare al decreto Salvini debba innanzitutto tenere d’occhio gli interessi delle sue vittime, ovvero i migranti “beneficiari” e gli operatori dell’accoglienza, e considerare realisticamente le possibilità. Anche quelle che possono apparire, per un motivo o per l’altro scandalose. Cercare in Francia, in Germania o in Spagna quelle occasioni di lavoro e di socializzazione che non si trovano in Italia, è qualcosa che già avviene nonostante la vigenza del Trattato di Dublino. I “dublinati”, cioè non i respinti alla frontiera ma quelli che vengono individuati dopo essere arrivati nelle città francesi o tedesche e poi riportati a forza in Italia, sono pochissimi. E’ quindi comprensibile che molti richiedenti asilo abbandonino l’Italia.

Siamo favorevoli alla libera circolazione tra i paesi della Ue e allora tanto vale dircelo, agire di conseguenza, aiutare questi “movimenti secondari” facendo rete con i “solidali” di altri paesi europei. Naturalmente questa non è può e non deve essere l’unica opzione. L’opzione migliore per chi ha un qualche permesso di soggiorno o comunque ha imparato l’italiano resta quella della integrazione, in qualche forma, in Italia. Ricordiamo alcune cose che nello sconforto o nella polemica, rischiamo di dimenticare.

Chi diventa irregolare ha un sacco di problemi ma non è un latitante: ospitare un irregolare non è un reato, basta che dalla sua condizione non si tragga “un ingiusto profitto”. Per quanto riguarda chi – fornito o no del “vecchio” permesso umanitario – viene escluso dai percorsi di accoglienza… occorre specificare che viene esclusa la possibilità di rimborsare con denaro pubblico nazionale il suo mantenimento nelle strutture. Non viene sgomberato. Se gli enti gestori hanno i mezzi possono continuare a tenerlo come ospite. L’ospitalità non è reato.

Questa credo sia la sfida che ci attende. Quella di trasformare parzialmente l’accoglienza in una iniziativa dal basso autogestita e autofinanziata, con il coinvolgimento attivo, la responsabilizzazione degli stessi migranti e delle comunità locali e dei comuni e insomma della società civile interessata e disponibile. Occorre un movimento articolato e capillare, ma con un orizzonte e una qualche forma di coordinamento nazionale. Occorre stringersi attorno agli enti gestori dei Cas e degli Sprar per incoraggiarli e sostenerli in questa “disobbedienza”. La quale non ha come fine una solidarietà a senso unico, ma la promozione di legami sociali, con impegni lavorativi e di “restituzione” da parte degli stessi migranti.