Com’è bizzarro il castello dei nostri destini incrociati: in fondo restiamo pure noi senza voce, resi muti dal bosco della vita, come i commensali nei dodici racconti del meraviglioso libro concepito da Italo Calvino. Senza parole, cioè, dinanzi al succedere di eventi sempre più imperscrutabili, sempre più misteriosi e assurdi. La memoria dovrebbe essere il nostro “desco illuminato dai candelieri”, per rubare la metafora a Calvino, dove il cavaliere senza nome da lui immaginato cerca di narrare le sue storie, e dove tutti, uno alla volta, poggiano le carte sollevate dal mazzo di tarocchi, attraverso le quali si rappresentano le vicende che alla fine si compongono, come tasselli di un mosaico quasi magico.

Ecco, le date del calendario, per noi, sono come quei tarocchi. Oggi, per esempio, associamo il primo dicembre al giorno in cui nacque 70 anni fa un personaggio che diventò, suo malgrado, emblematico della nostra società sfilacciata e cinica. Si chiamava Luciano Re Cecconi, centrocampista di grande lena capace di sfibrare i rivali più coriacei, amatissimo dai tifosi della Lazio, lui biondissimo lumbard emigrante (calcistico) alla rovescia, dal Nord a Roma. Per i tifosi laziali, una bandiera, uno di quei giocatori generosi e mai domi. Il suo dorsale numero 8 era il simbolo dei ragazzini, nella Lazio di capitan Wilson (Pino) e dell’irruente Giorgione Chinaglia, una squadra capace di vincere lo scudetto ma anche di avere uno spogliatoio problematico. C’era chi ardeva per la fiamma del Movimento Sociale, chi sparava con la rivoltella alle lampadine invece di spegnerle con l’interruttore, e chi, come lui, era quieto. Curioso mondo, quello del calcio. I più vigorosi e temuti in campo, fuori erano persone sensibili. Romeo Benetti, l’alter ego ma in rossonero di Re Cecconi, ruvido e tenace, amava i canarini, il loro cinguettìo, e ascoltava la musica classica.

Luciano era di Nerviano, oltre Rho, sulla statale del Sempione, nella Milano “allargata” della cintura metropolitana. Una volta dicevamo hinterland nord. Era ed è un paesone che affonda le radici ai tempi dei Romani, e delle pievi medievali. Oggi sfiora i 18mila abitanti. Ci passa il fiume Olona, certi scorci sono romantici, ma bisogna sapere che ci sono, perché non vengono mai valorizzati: il Milanese è così. Le sue bellezze sono tenute gelosamente segrete.

Perché parliamo di Re Cecconi? Perché un maledetto martedì 18 gennaio del 1977, poco prima delle 19.30, quando i negozi stanno per chiudere, Luciano si trova nel quartiere Fleming di Roma, assieme a un altro calciatore, Pietro Ghedin, e al profumiere Giorgio Fraticcioli. Il Fleming è una zona come i Parioli, Vigna Clara, la Balduina: dove la sinistra non è ben accetta, roccaforti semmai dell’estrema destra. Sta sopra Tor di Quinto, dove la Lazio aveva il campo di allenamento. Lì vicino c’è il bar Fiocchetti, luogo di ritrovo dei biancocelesti. Fraticcioli deve consegnare dei deodoranti a un orefice suo conoscente che si chiama Bruno Tabocchini, ha la bottega a cento metri dalla profumeria, in via Francesco Saverio Nitti 68. L’insegna qualifica il negozio come “laboratorio d’arte orafa”. La bottega è un bugigattolo – l’inchiesta appurerà che è largo 2 metri e mezzo e lungo 2 metri e 10. Più una cella che un negozio. Rubo al mio amico Guy Chiappaventi – ci siamo conosciuti a Baghdad, durante la seconda guerra contro l’Iraq, lavora per La7 – che ha scritto Aveva un volto bianco e tirato. Il caso Re Cecconi (ed. Tunué), autore pure di Pistole e palloni (ed. Ultra sport, sottotitolo: 12 maggio 1974, il primo scudetto della Lazio nel cuore degli Anni Settanta) la cronaca di quei minuti fatali.

Tabocchini, dirà in tribunale, riconosce Fraticcioli ma non chi lo accompagna. Con lo sguardo fa un cenno: ma chi sono? Il profumiere lo rassicura. Tabocchini apre. Dentro, c’è gente. La moglie del gioielliere, suo figlio, altri due bambini con il padre. “Mentre il profumiere viene verso il banco, noto uno dei due, quello biondo. È una faccia sconosciuta, ma dura, tesa, con qualcosa di non comune che polarizza la mia attenzione. Ha un’aria minacciosa con la mano destra nella tasca, sollevata verso l’alto”.
Quanto basta perché Tabocchini afferri la pistola (una Walther 7,65 senza sicura) che tiene nella fondina allacciata ai pantaloni. Prima la punta su Ghedin che immediatamente solleva le mani. Poi su Re Cecconi. Gli spara a bruciapelo in pieno petto. Luciano crolla a terra. Il tempo di mormorare “ma era solo uno scherzo…” e poi, con un fil di voce, “Ghedo, non ti muovere, aspetta…”. Luciano morirà nella sala operatoria dell’ospedale San Giacomo alle 20.04.

Ma questa è la versione di Ghedin e Tabocchini. Una versione che non ha mai convinto. Il proprietario del negozio aveva già subìto una rapina. Eppure, per anni, questa versione è stata “la” versione. Smontata in due libri inchiesta: quello di Guy e il secondo di Maurizio Martucci, Non scherzo. Re Cecconi 1977. La verità calpestata (ed. Libreria sportiva Eraclea). Le circostanze dell’omicidio non furono in realtà mai chiarite e approfondite. Tabocchini che era stato arrestato per “eccesso colposo di legittima difesa”. Per lui la giustizia fu un lampo: processato dopo appena 18 giorni, e assolto per “aver sparato per legittima difesa putativa”. Tra le tante incongruenze, segnalo che Fraticcioli disse di non conoscere Re Cecconi. E allora come mai stavano insieme? E poi, a Roma, Re Cecconi era famoso, soprattutto in quel quartiere.

Chiappaventi intitola in Pistole e palloni il capitolo dedicato a Re Cecconi: Luciano, Cecco. Un angelo caduto in volo questo tu ora sei. Lucio Battisti, Mi ritorni in mente, 1969. Cecco lo chiamano i compagni perché due cognomi sono troppo lunghi. Lui aveva voglia a raccontare che il Re era stato un gentile regalo di Vittorio Emanuele II come segno di riconoscenza dei Savoia alla gente di quelle parti durante la fatidica battaglia di Magenta: “Per noi sei Cecco”. Per i tifosi “CeccoNetzer”, giacché corre come un forsennato a centrocampo e ricorda il formidabile tedescone del Borussia. Oppure “Volkswagen”, perché solido, compatto, affidabile come la macchina del popolo.

Padre Lisandrini, il frate francescano che accompagnava la squadra, invece lo aveva ribattezzato “il Saggio”, mentre del libro di Carlo D’Amicis Ho visto un re (ed. Limina) non possono non citare il sottotitolo “l’eroe biancoazzurro che giocava alla morte ed è morto per gioco”. Nato il 1° dicembre 1948, morto il 18 gennaio 1977, 28 anni. Nato in una famiglia di modeste condizioni e numerosa. Prima di approdare in serie A lavora duro: come calzolaio. Poi fruttivendolo. Poi elettricista. Infine viene preso nell’autofficina del cugino. Lì ricostruisce, pezzo su pezzo, una vecchia Cinquecento, ridipinta di giallo. Si sveglia alla mattina alle quattro, smette di lavorare alle tre del pomeriggio, dopo si allena. Prima squadra, l’Aurora Cantalupo che milita in prima categoria. A 17 anni lo “compra” la Pro Patria insieme ad altri due giocatori, per 75mila lire. Sette anni dopo la Lazio lo piglia dal Foggia sborsando 300 milioni.

Quella sera, quella maledetta sera tutto precipita in un attimo. “Ma che ha fatto!” gli grida Ghedin. Non lo sa che ha sparato a Re Cecconi? – lo incalza il profumiere – questi sono giocatori della Lazio”. Tabocchini capisce di aver fatto qualcosa di tremendo. Si mette a urlare, ha una crisi isterica. Alla tv, poco dopo, dice che “è stato un suicidio, voleva morire, voleva morire”. Gli orafi fanno scudo. Firmano una petizione. Lo Stato ci ha lasciato in balìa dei criminali. Basta. Abbiamo il diritto di difenderci. Il giudice Santiapichi lo assolve. Avvalora la tesi della bravata. Che cioè il calciatore abbia detto: “Fermi tutti, è una rapina!”, secondo quanto accreditato dalla ricostruzione ufficiale. Però il profumiere dice di aver sentito solo “fermi tutti”. E non lo ha visto fare il gesto della mano nella tasca, come se avesse avuto una pistola. Anzi, se la piglia coi giornalisti per averlo detto prima del processo, a botta calda, “suggestionato”. Solo Tabocchini insiste nel dire di aver sentito quella frase, cioè la molla che lo ha fatto scattare come Tex Willer.

Giusto in questi giorni c’è stato il caso dell’imprenditore di Monte San Savino, proprietario di un grosso magazzino di gomme e bici, che ha sparato a un ladro moldavo ferendolo a morte. Dormiva in azienda per sorvegliarla. Ha detto che era stato derubato già 38 volte in quattro anni. Ha sparato con una Glock 9×21, regolarmente detenuta dal 2008. Di furti ai carabinieri ne risultano due nel 2014 e quattro tentati colpi fino al 2018. Il ministro degli Interni si è subito schierato dalla sua parte: “Sto con chi si difende”.

Il gommista è stato iscritto sul registro degli indagati, come previsto dal codice penale per la stessa accusa del gioielliere che uccise Re Cecconi: eccesso colposo di legittima difesa. La legge stabilisce che non è punibile chi ha commesso un fatto che costituisce reato “per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. Insomma, la legittima difesa non significa libertà di sparare appena uno pensa che sia necessario. Ha i suoi limiti. Non è semplice stabilire l’elemento della proporzione tra la difesa e l’offesa. Ha commentato Vladimiro Zagrebelsky: “La legge prevede che sia esente da pena chi commette un reato quando vi è costretto e, in proposito usa termini stringenti come necessità e proporzione”.

Certo, va tenuto conto dello stato psicologico di chi ha agito e premuto il grilletto. Spiega Zagrebelsky che “non ogni reazione a un pericolo ingiusto è difensiva, non ogni difesa è proporzionata. Subito dopo il fatto quasi mai è possibile farsi un’opinione, cosicché non si comprende come siano possibili prese di posizione e schieramenti prima di ogni accertamento. Sembra quasi che uccidere un ladro sia sempre legittimo. Chi però spara al ladro che fugge non si difende: reagisce, ma non si difende. Un’indagine è dunque necessaria”.

Viviamo tempi bui, in cui domina non la ragione ma la pancia. Con ministri della Paura che pericolosamente lanciano un solo terribile messaggio: sparate, perché non avrete da temere la collera dello Stato. Semmai, quella dell’aldilà, se si è credenti. Ma sempre per parlare di destini incrociati, il 29 novembre la Regione Lombardia ha stanziato 30mila euro per sostenere le spese legali di Mario Cattaneo, l’oste di Casaletto Lodigiano che nella notte tra il 9 e il 10 marzo 2017 sparò e uccise Petre Marin Ungureanu, il ladro romeno che con tre complici stava derubando il suo bar tabaccheria. Accusato inizialmente di omicidio colposo, ora Cattaneo deve rispondere di eccesso colposo per legittima difesa. Come ha giustificato l’esborso di soldi pubblici (cioè nostri) l’assessore alla Sicurezza lombarda Riccardo De Corato? “Per noi la difesa è sempre legittima. È fondamentale stare vicini ai nostri cittadini che hanno difeso i propri cari, le proprie case e le proprie attività commerciali”. Nel castello dei nostri destini incrociati si aggira la Morte, anche quando non dovrebbe.