Ogni figlio è piezz e core come si dice a Napoli, e gli italiani, interpretando liberamente questo sentimento, le hanno tentate tutte per saziare l’amore. È così nato il partito dei figli di papà che la gerontocrazia al potere accudiva oltre i meriti e i bisogni. Abbiamo conosciuto ministri e presidenti che si son fatti in quattro, a volte in otto, per offrire ai marmocchi la via breve del successo. Ne è nata per li rami la Repubblica dei cognati, delle mogli, delle fidanzate chiamate a rilevanti uffici pubblici per via della parentela. Le polemiche si sono sprecate e così anche i guai in cui i papà si sono infilati in ragione dell’amore filiale. Adesso che i governanti sono divenuti i figli, e sembrava finalmente risolta almeno la questione della successione per via ereditaria, sono i padri a dare problemi. I quarantenni si sono però portati al governo anche i rispettivi dante causa. E alcuni, come Tiziano Renzi o il babbo di Maria Elena Boschi, si sono così dati da fare da inguaiare letteralmente i marmocchi. Ora è il turno del papà di Luigi Di Maio. Certo, è incomparabile ciò che hanno combinato i primi due e i loro aventi causa, con la questione che ora affligge il terzo della lista. Però un fatto è certo: è nato il partito dei papà. E via con le marachelle della terza età.

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