Il decreto Sicurezza va verso l’approvazione finale a Montecitorio. Come è avvenuto 20 giorni fa al Senato, anche alla Camera il governo ha scelto di mettere la fiducia sul testo, i cui termini scadranno il 3 dicembre, per arrivare al voto il 27 novembre. La decisione è stata comunicata in un’aula deserta – presenti solo i deputati del Carroccio e qualche parlamentare di qualche altro partito – dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro ed è stata accolta dall’Aula da un applauso fragoroso della Lega e del M5S, mentre dai banchi del Pd si urlava “vergogna, vergogna!”. Il deputato dem Enrico Borghi ha sottolineato come “questa fiducia venga posta senza ostruzionismo e a fronte del ritiro di tantissimi emendamenti. Ai colleghi di M5S dico: è una fiducia contro di voi“.

La Conferenza dei capigruppo ha stabilito che la votazione della fiducia avrà inizio domani alle 17.10. Le dichiarazioni di voto avranno inizio dalle 15.45. Non è ancora stato deciso quando ci sarà il voto finale: dipenderà dal numero e dai tempi di esame degli ordini del giorno, che potranno essere presentati entro le 10 di domani mattina.

Le opposizioni vanno all’attacco. “Quella di oggi è una fiducia per paura di defezioni nelle file della maggioranza, così come è avvenuto al Senato, e non certo per la presenza di ostruzionismo – afferma il capogruppo di Liberi e Uguali alla Camera Federico Fornaro – Una fiducia messa da chi, il Movimento 5Stelle, ha passato tutta la precedente legislatura a tuonare contro gli eccessi nelle richieste di fiducia, con buona pace delle promesse elettorali e delle dichiarazioni dopo il 4 marzo”.

“La richiesta di fiducia non ha mai avuto motivazioni così chiare – dichiara il presidente dei deputati Pd Graziano Delrio – Dopo il ritiro degli emendamenti in commissione da parte nostra, dopo la dimostrata inesistenza di rischi di dilatazione dei tempi per il voto finale, la necessità di chiudere la bocca alle considerazioni dei deputati cinquestelle che in questi giorni hanno manifestato le loro critiche al provvedimento resta l’unico motivo per cui è stato bloccato il confronto in Aula”.

Nel corso della discussione generale ha preso la parola una delle deputate M5s che aveva firmato uno dei 5 emendamenti presentati dai grillini e poi ritirati dopo un confronto con i vertici. “In nessuna fase del dibattito parlamentare”, ha dichiarato Valentina Corneli, “ho nascosto le perplessità su questo provvedimento, anche se al Senato siamo riusciti a ottenere delle modifiche molto importanti. Personalmente anche qui alla Camera avrei voluto discutere ulteriori proposte emendative”. Quindi ha ribadito il disagio per non aver potuto modificare parti del provvedimento: “Non c’è stato il tempo perché si tratta di un provvedimento in scadenza. Le perplessità derivano dal fatto che non si affronta in maniera rilevante il problema dell’integrazione e il combinato-disposto degli articoli 1 e 12 , potrebbe determinare un rischio, in relazione al peggioramento della sicurezza a causa degli immigrati sul territorio”.

Nei giorni scorsi non sono mancate manifestazioni di dissenso dentro il Movimento 5 stelle a Montecitorio sul contenuto del provvedimento. In un primo momento 19 deputati, poi scesi a 18 per la decisione di uno dei deputati di ritirare la firma, hanno scritto una lettera al capogruppo Francesco D’Uva chiedendo un confronto per le modifiche e annunciando 9 emendamenti. Poi però il gruppo di dissidenti, innervositi dall’essere individuati come “la fronda”, hanno deciso di non presentare le richieste di cambiamento del testo. E solo in 5 hanno deciso di andare avanti, salvo poi tirarsi indietro all’ultimo momento in commissione. Un tira e molla tormentato che fa seguito a quanto successo a Palazzo Madama dove, al momento della fiducia sullo stesso decreto, in cinque hanno deciso di uscire dall’Aula e non votare. Per questo comportamento sono stati deferiti ai probiviri.

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