Ognuno di noi ha la sua impronta batterica. Unica, come l’impronta digitale. Si chiama microbiota e rappresenta l’insieme dei batteri e dei microbi che vivono nel nostro intestino. Per i ricercatori è un organo a tutti gli effetti. Invisibile ma fondamentale per la nostre salute. Il microbiota infatti interagisce con il cervello e con gli altri organi del corpo. Contribuisce alla digestione degli alimenti, sintetizza sostanze indispensabili come la vitamina K (importante per la coagulazione del sangue) e regola le nostre difese immunitarie. Ma quando il suo equilibrio viene alterato può essere causa di depressione e di altre patologie, cardiovascolari e metaboliche (obesità, diabete di tipo 2, sindrome del colon irritabile, stitichezza, gonfiore).

L’argomento è stato al centro di un recente convegno a Milano organizzato dall’Istituto di ricerca “Quantitative and quantum dynamics of living organisms – Center for medicine, mathematics and philosophy studies” a cui hanno partecipato esperti da tutto il mondo. Consideriamo il legame tra microbiota e depressione. Tra gli studi di riferimento quello del 2013 di Jane A. Foster e Karen-Anne McVey Neufeld (McMaster University, Ontario, Canada). In condizioni di disbiosi, cioè di squilibro del microbiota intestinale con il prevalere di alcuni tipi di batteri patogeni su altri protettivi, ci spiega Massimo Cocchi, professore di Biochimica della nutrizione all’Università di Bologna e presidente della Società italiana di biologia sperimentale, “nel nostro intestino aumentano le citochine, molecole infiammatorie, prodotte da un particolare tipo di batteri, che riducono il livello di serotonina, la molecola della felicità”. Come? “Le citochine presenti nel microbiota arrivano al cervello, passando attraverso l’epitelio intestinale che infiammandosi allarga le maglie, e qui attivano degli enzimi che trasformano il triptofano, l’aminoacido di cui è fatta la serotonina, in sostanze neurotossiche”. Cocchi ha condotto due studi, nel 2010 e nel 2014, con l’università di Bologna e l’università di Urbino, per la diagnosi biochimica del disturbo depressivo e bipolare partendo proprio dall’alta concentrazione di citochine proinfiammatorie nel cervello: “Una costante nei pazienti affetti da disturbi dell’umore”, chiarisce.

Attraverso una funzione matematica e un esame del sangue il team di Cocchi è riuscito a determinare una nuova metodologia diagnostica. “Abbiamo analizzato la membrana delle piastrine e abbiamo notato che nei pazienti con disturbo depressivo è più fluida e quindi cattura meno serotonina, mentre in chi è bipolare è più viscosa e quindi capace di assorbire più serotonina”. Un risultato che potrebbe dare una mano agli psichiatri. “Se questo progetto sarà validato, avremo sicuramente uno strumento più preciso a nostra disposizione – dichiara Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di neuroscienze e salute mentale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano -. Oggi ci sono dei marker infiammatori e dei test del Dna tramite saliva ma il margine di errore nella diagnosi della depressione e del disturbo bipolare nella fase di esordio è molto elevato, intorno al 50 per cento, e c’è il rischio che vengano prescritti farmaci non appropriati”.

Il microbiota è colonizzato da miliardi di microrganismi. Lo studia da anni anche Marcello Romeo, professore al master in Nutrizione umana dell’Università di Pavia: “Pensate che siamo fatti al 90 per cento di batteri intestinali e solo al 10 per cento di cellule umane”. Il microbiota funziona bene quando c’è un’ampia biodiversità batterica. Perché ogni microrganismo ha un suo ruolo specifico. “L’alterazione del microbiota è determinata da inquinanti ambientali, il glifosato per esempio – spiega Romeo -, da una dieta ricca di grassi saturi, conservanti, coloranti e povera di fibre, dal consumo di alcol e dagli antibiotici. Pensate che un farmaco su quattro danneggia il microbiota”. Lo squilibrio batterico, ricorda di nuovo il professore, “provoca un’infiammazione della mucosa intestinale che altera la sua permeabilità consentendo il passaggio di molecole infiammatorie nel sangue e negli organi”. La minore o maggiore prevalenza di certe famiglie di batteri provoca disturbi molto frequenti come gonfiore allo stomaco, stitichezza o diarrea. Oppure l’obesità. “Il soggetto obeso ha un microbiota intestinale completamente diverso da quelle di un soggetto normopeso, in grado di infiammare le cellule adipose che, attaccate, aumentano di dimensione”. Il gruppo di ricerca guidato dalla dottoressa Helen Raybould, del dipartimento di anatomia, fisiologia e biologia cellulare, dell’Università della California a Davis, ha dimostrato che lo stato di infiammazione del microbiota è responsabile della sensazione di fame infinita, poiché rende meno sensibile il centro della sazietà, posto all’interno dell’ipotalamo, ai segnali inviati dall’intestino che dovrebbero avvisarlo che la pancia è piena. A rimetterci poi è il cuore. “Se si infiammano le arterie – conclude Romeo – queste si induriscono e facilitano l’accumulo di grasso che ostruisce il flusso del sangue carico di ossigeno”.

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