Si parte da un’eredità pesante: decenni di attività industriale nel settore chimico dell’azienda Caffaro (un impianto a pochi chilometri dal centro di Brescia) e si arriva ad oggi con la nota di alcuni genitori della scuola elementare Grazia Deledda la cui sostanza è questa:

Abbiamo appreso solamente dai giornali martedì 13 novembre, la notizia che lunedì 19 novembre, inizieranno i lavori di bonifica del parco denominato “parco rosso”, ovvero un’area di 5.200 mq con valori di diossina superiori al limite di 10ng/kg s.s.. A differenza di 3 anni fa, oggi, noi genitori non siamo stati presi considerazione: non c’è stata fatta pervenire alcuna minima informazione: sia dal Comune, che dal Consiglio di Quartiere. Siamo stati esclusi anche dalla conferenza stampa di presentazione dei lavori. Noi chiediamo:

1. Di eseguire il “bianco” sul terreno già bonificato all’interno del giardino della scuola prima dell’inizio dei lavori; questo per certificare senza ombra di dubbio che le operazioni di asportazione del terreno contaminato NON abbiano avuto ripercussioni all’esterno del cantiere;

2. Di avere conferma della disposizioni date alla scuola che prescrivono di tenere i bambini chiusi all’interno dell’edificio scolastico durante la ricreazione e durante la pausa mensa oltre all’impossibilità di areare i locali durante l’intera durata delle lezioni;

3. Di sapere quali sono le prescrizioni per garantire che anche la strada fronte scuola rimanga pulita da eventuali riporti di terra contaminata, sia in giornate di pioggia, sia in giornate di cielo sereno.

E attendiamo con urgenza una risposta dal Comune di Brescia

In mezzo c’è la storia di terreni e falde idriche contaminate da pcb, diossine, solventi clorurati, benzene e altre miscele pericolose. Niente di inventato visto che nel 2002 anche il ministero dell’Ambiente aveva riconosciuto che si trattava di emergenza nazionale ambientale con tanto di assegnazione – per quella parte di città – dello stato di Sin (Sito di interesse nazionale per la bonifica). Nel 2013 questi stessi genitori che oggi hanno diramato la nota avevano occupato la scuola per richiamare l’attenzione sulle bonifiche mia iniziate dei terreni confinanti con la scuola, preoccupati anche per l’acqua che esce dai rubinetti e viene utilizzata per la mensa dei figli.

Come a Taranto e come in altre zone d’Italia anche in questa parte della città di Brescia le persone in passato si sono trovate a dover barattare, per anni e senza alternativa, la loro salute e lo stato di sicurezza dell’ambiente circostante per un lavoro, il reddito con cui far crescere le proprie famiglie. Negli ultimi 16 anni, tuttavia, non è successo niente. Secondo le indagini effettuate dall’Arpa Lombardia (nel 2001) è emerso “un inquinamento del suolo con valori fino a migliaia di volte al di sopra dei limiti”. E ancora: “Nell’area dello stabilimento gli inquinanti quali policlorobifenili (pcb), policlorobenzodiossine e dibenzofurani, mercurio, arsenico, solventi, si sono spinti nel sottosuolo fino a una profondità di oltre 40 metri, determinando anche la contaminazione della risorsa idrica sotterranea”. Su un’area che, oltre al vecchio stabilimento, comprende all’incirca 260 ettari di terreno e oltre duemila ettari di falda acquifera. Uscendo dal perimetro della fabbrica, all’orizzonte c’è un’ampia area di campi, una zona agricola sulla quale sorgono delle vecchie cascine. I contadini che abitano in quegli edifici e coltivavano quei campi hanno sempre pensato di aver mangiato sano. Lo hanno pensato fino al giorno in cui è stato detto loro che dovevano ammazzare tutti gli animali e smettere di coltivare la terra. La loro vita non è più la stessa. Niente è più lo stesso per loro. Anche se non è visibilmente cambiato nulla e i risarcimenti, per tutto questo, non sono mai arrivati.

e.reguitti@ilfattoquotidiano.it