Guardo e riguardo il famigerato video di Danilo Toninelli che brandisce il pugno in segno di vittoria dopo l’approvazione del decreto per Genova e diventa irresistibile la tentazione di esplodere in un liberatorio “vaffa” all’indirizzo di tutti quelli che hanno stigmatizzato il gesto come offensivo.

“Pugno chiuso sulle macerie di Genova” (Huffington), “Il pugno di Toninelli imbarazza i 5 stelle. Di Maio sbotta: che cosa ha fatto stavolta?” (Corriere), “I pugni sbagliati di Toninelli” (Repubblica), “Toninelli esulta per il decreto Genova, bagarre per il pugno alzato” (La Stampa), “La telefonata tra Casaleggio e Di Maio e la furia su Toninelli” (Il Giornale), “Un ministro da ridere, il gravissimo problema che ha colpito Toninelli” (Libero). Questo il florilegio di titoli dedicati dai nostri giornaloni a una innocentissima manifestazione di giubilo per un successo politico acquisito che nulla aveva e poteva avere di ideologico, vista l’indipendenza del Movimento 5 stelle da desueti preconcetti di destra o di sinistra. Naturalmente, del medesimo tenore è stato tutto il coro dei telegiornali di questi giorni (eccezione per La7 che ha mantenuto almeno la decenza e non lo dico per spirito di bandiera: basta verificare online).

Indignarsi e tentare di fare indignare le masse per un pugno chiuso, un gesto che è esattamente quello che fanno tutti gli sportivi che conquistano una vittoria, è solo l’ultima delle porcate di una politica che non ha neanche la più pallida idea di proposta. L’unica preoccupazione di questi abbarbicati al proprio seggio è la paura del cambiamento, dell’efficienza che insegue un progetto. Si può essere d’accordo o meno, ma il contratto tra M5S e Lega altro non è che un programma politico condiviso che, al momento, gode della stragrande maggioranza del consenso del Paese ed è la prima volta in 25 anni di storia italiana.

Attaccarsi al pugno chiuso di Toninelli come ennesimo tentativo di svilire l’erculeo lavoro che si è messo in opera (ricordiamolo, da pochi mesi) è da pezzenti della politica. Alle cosiddette “opposizioni” occorrerebbe ricordare episodi ben più avvilenti di una manifestazione di gioia, come nel 2008 alla caduta di Romano Prodi, il banchetto a base di mortadella e champagne (secondo me era un italico prosecco, trattandosi in quel caso di un senatore della morta e defunta Alleanza Nazionale).

Durante tutta la vita del nostro parlamento, altre scene pietose si sono viste in quelle sacre aule. Rimanendo nel 21esimo secolo, ricordo il giugno del 2007 quando deputati leghisti si siedono nei banchi del governo sventolando il titolo della Padania: “Governo fuori dalle balle”, o il luglio del 2011, quando l’onorevole Francesco Barbato riceve un cazzotto che lo fa stramazzare a terra, o la vera e propria rissa Pd-Pdl del dicembre 2012 sul decreto “liste pulite”.

Allora c’era qualche motivo per fare della morale sui mezzi di comunicazione di massa, ma non ho memoria di una tale strombazzata di titoli e vituperi come per l’innocente esultanza di un uomo che ottiene il risultato politico sperato. È stata espressa in modo inadeguato? Forse sì, pensando al luogo dove è stata manifestata. Ma non più di un Matteo Renzi che se la sghignazza mentre parla un parlamentare 5 stelle.

Certo, tutta la cagnara che dal quel pugno chiuso è derivata è molto più vergognosa del gesto stesso. È ora che la politica, soprattutto quella di chi fa opposizione, cominci a proporre le sue visioni e a cercare di migliorare le iniziative della maggioranza, cessando di evocare vergogna per pugni chiusi che avrebbero migliore esito nelle linde toilette del parlamento.