In un post di due settimane fa, avevo segnalato un rapporto di Amnesty International sulle cosiddette misure S17, introdotte nel 2013 dal governo della Tunisia nell’ambito di un piano nazionale per combattere il terrorismo. Sulla base delle proprie ricerche, Amnesty International aveva concluso che in molti casi quelle misure, decise dall’esecutivo senza supervisione giudiziaria, erano risultate arbitrarie e discriminatorie.

La drammatica coincidenza tra la pubblicazione del post e un attentato nel centro di Tunisi aveva spinto molti commentatori a contestare i contenuti del post, giungendo in un caso a scrivere che “l’attentatrice mi aveva ascoltato”. Ad ascoltare Amnesty International, piuttosto, è stato il Tribunale amministrativo di Tunisi. Il 6 novembre il suo portavoce, il magistrato Imed Ghabri, ha riferito alla stampa che il tribunale ha dichiarato che le misure “S17″non hanno base legale.

Amnesty International ha contattato Imed Ghabri per sentirsi confermare che il Tribunale amministrativo di Tunisi ha giudicato che il ministero dell’Interno ha attuato quelle misure in modo illegale: le limitazioni alla libertà di movimento sono di competenza del potere giudiziario e solo un giudice può emetterle, non l’esecutivo. In altre parole, il giudizio del Tribunale amministrativo di Tunisi pare confermare un principio: gli Stati hanno il dovere di proteggere la popolazione dalle minacce del terrorismo, ma con misure necessarie, proporzionate, mirate e legali.

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