Una donna kamikaze si è fatta saltare in aria a Tunisi, nella centralissima via Habib Bourguiba, dopo essersi avvicinata a una pattuglia della polizia davanti al Teatro Municipale. L’esplosione è avvenuta intorno alle 14 (ora locale) a poca distanza dalla sede del ministero dell’Interno, dove era in corso una manifestazione. In un primo momento si era parlato di nove feriti, ma in serata è arrivata la notizia che sono 20 le persone ad aver subito danni a causa dell’attacco e di questi 15 sono agenti. “Si è trattato di un attentato terroristico”, ha detto il portavoce del ministero dell’Interno tunisino Sofiene Zaag. Le vittime non sono in gravi condizioni e cinque di loro hanno già lasciato l’ospedale. Il cadavere della donna, che indossava un paio di occhiali da sole e il velo, portava il segno dell’esplosione in particolare sul fianco sinistro. Secondo fonti di polizia, la kamikaze non portava una “cintura esplosiva” ma una “bomba artigianale”. Alle 14 il ministro dell’Interno ero atteso in Parlamento per rispondere alle domande dei parlamentari, ma la seduta è stata cancellata. Venerdì 2 sarà in visita a Tunisi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

La kamikaze, ha riferito l’emittente Radio Mosaique, si chiamava Mouna Kebla, aveva 30 anni ed era originaria di Sidi Alouane, nella regione Mehdia. Il suo nome non risulta essere stato segnalato in passato alle forze dell’ordine. Nelle scorse ore i familiari della giovane sono stati interrogati presso la sede del polo anti-terrorismo alla caserma Gorjani. La ragazza era nata il primo novembre 1988, disoccupata, laureata da quattro anni in inglese commerciale, e si occupava saltuariamente di attività agricole, con un padre invalido e madre casalinga. La radio Mosaique Fm riferisce inoltre che la donna avrebbe gridato ‘Allah Akbar’ prima di farsi esplodere.
Fonti della sicurezza alla tv privata “Nesma” hanno detto che la giovane aveva lasciato l’abitazione di Sidi Alouane tre o quattro giorni fa e che avrebbe trascorso gli ultimi giorni prima dell’attacco kamikaze in una casa nel quartiere popolare Ettadhamen, sobborgo popolare della capitale. Secondo i vicini di casa, Mouna Kebla non avrebbe mostrato apertamente segni tali da farla ricondurre in qualche modo al mondo dell’estremismo islamico, se non per il fatto che possedeva un carattere riservato. Le autorità avrebbero anche sequestrato tutti gli oggetti appartenuti alla donna, compresi documenti e pc, rinvenuti nella sua casa di Sidi Alouane, nei pressi di Mahdia.

“Appena arrivato a Berlino, ho appreso la triste notizia”, è stato il commento del presidente della Repubblica tunisino Beji Caid Essebsi, a margine del vertice “G20 compact with Africa”. “Pensavo che avessimo sradicato il terrorismo, ma in realtà, spero che non sarà il terrorismo a vincere su di noi, perché in Tunisia c’è un brutto clima politico. Siamo impegnati a parlare di cariche e schermaglie tra le diverse posizioni, omettendo l’essenziale: ovvero la sicurezza dei cittadini”. “Spero che si riuscirà a rivelare la verità su questo attacco che è un attacco allo Stato e al suo prestigio”, ha detto ancora Essebsi. “Le autorità, non solo del governo ma anche dei partiti politici, devono trarre lezione da ciò che è successo, dal momento che il terrorismo non è solo nelle montagne, ma è ben radicato nella capitale. Sarà dunque necessario sapere come rispondere alle aspirazioni dei cittadini e alle loro rivendicazioni”, ha concluso.

È il primo attentato che scuote la capitale dal 2015. L’ultimo risaliva infatti al 24 novembre di quell’anno, quando un kamikaze si fece esplodere prendendo di mira un bus della Guardia presidenziale su avenue Mohammed V, anche in quel caso in pieno centro, davanti alla ex sede del partito di Ben Ali, il Rassemblement constitutionnel démocratique (Rcd) dissolto dopo la rivoluzione del 2011. Quell’attacco, in cui rimasero uccisi 12 agenti, era stato rivendicato dall’Isis, come pure lo erano stati i due precedenti del 2015: l’attentato del 18 marzo al museo del Bardo e quello del 26 giugno su una spiaggia di Sousse. A marzo del 2016, poi, decine di jihadisti entrati in Tunisia dalla Libia avevano provato senza successo a prendere il controllo delle postazioni delle forze di sicurezza nella regione di Ben Guerdane, nel sud, con un attacco che aveva causato 20 morti. Tutti fatti che avevano inferto un duro colpo al turismo, importante voce di entrate nell’economia tunisina.

 

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