I primi euroscettici sono stati i laburisti britannici. Secondo loro l’Unione europea, allora definita come il Mercato economico comune, era un’espressione neo-liberista e andava rifiutata perché avrebbe accentuato le diseguaglianze di classe. Nel Regno Unito del dopoguerra il partito laburista e i sindacati rappresentavano un fronte compatto, ultimo baluardo di un socialismo occidentale che nella seconda metà del secolo scorso sarebbe svanito. In effetti l’analisi dei laburisti degli anni Cinquanta e Sessanta non era poi così sbagliata e anzi anticipava di diversi decenni i problemi odierni. La costruzione economica europea è il primo tentativo di globalizzazione mondiale, il cui avvento come ben sappiamo è avvenuto all’insegna del trionfo del neo-liberismo sul comunismo/socialismo all’indomani del 1989. Riassumendo: il mercato impera!

Ne sa qualcosa l’Italia odierna alla quale è stata proibita una manovra espansiva perché farebbe gravitare il deficit oltre la soglia del 3%. Ma questo è già successo ad altre nazioni. Allora perché noi non possiamo farlo? La risposta è semplice, l’Italia è dopo la Grecia il paese con il più alto rapporto tra debito pubblico e Pil (intorno al 130%), quindi è costantemente tenuta d’occhio dai mercati perché è un cattivo debitore. Tutto qui! Bruxelles non neppure entrata nel merito della manovra, se funzionerà o se invece farà cilecca, come è stato per l’austerità. L’economia neo-liberista di mercato è brutale, una volta imprigionati nella trappola del debito eccessivo si è in pugno ai creditori: esattamente la stessa situazione in cui si trovano imprese o individui fortemente indebitati con le banche. Ma in questo caso il fallimento comporta il pignoramento ed anche la perdita dei propri beni, nel caso delle nazioni a essere pignorata è la sovranità nazionale.

Ed ecco spiegato perché dal 2011 a governare il paese sono stati tecnici graditi a Bruxelles e un leader non eletto, Matteo Renzi, anche lui ben visto a Bruxelles. I risultati sono stati pessimi su tutti i fronti incluso quello psicologico, poiché il popolo intuiva che chi governava non lo faceva per lui o ma per i mercati. Ecco in pochissime righe la versione sintetica delle ragioni che hanno portato al potere due partiti che nel 2011 erano minuscoli, per esempio la Lega, o addirittura non esistevano, il Movimento 5 stelle. Discorso analogo potrebbe estendersi ad altre nazioni, anche loro guidate da una classe politica eccessivamente preoccupata degli equilibri finanziari, dei rating, delle analisi del Fondo monetario e di altre organizzazioni internazionali, G7, G20, Nato e così via, che svolgono la funzione dei grandi sacerdoti del neo-liberismo nel tempio della globalizzazione.

I danni di tutto ciò non hanno nulla a che vedere con l’ascesa del populismo europeo o del “trumpismo”. Queste sono solo le conseguenze della rottura dei cocci, il danno vero è la progressiva erosione del funzionamento della democrazia negli Stati nazione. Molti hanno visto nel tramonto dell’ideologia di destra e di sinistra la causa della polarizzazione politica, che ormai è la regola in tutte le elezioni. Ma l’ideologia di destra non è affatto tramontata: è stata re-inventata e riproposta in chiave anti-globalizzazione, con fortissimi elementi di tribalismo economico, si pensi solo al reddito di cittadinanza solo per gli italiani e alle tariffe economiche di Trump per proteggere l’industria americana contro quella mondiale. L’ideologia di destra è viva e vegeta ed è anti-establishment, si muove contro-corrente. Quella morta e seppellita da tempo è l’ideologia di sinistra, colpita a morte dal new-labour di Tony Blair degli anni Novanta che in pochi mesi trasformò i laburisti da euroscettici anti neo-liberisti in fautori della globalizzazione, sostenitori dell’Unione europea e amanti della mano magica del mercato.

La destra e la sinistra classiche, dunque, non esistono più. Viviamo in democrazie post-ideologiche, e non dovremmo sorprendercene dal momento che per decenni a guidare la sinistra o il centro sinistra – o il centro destra a seconda di come le varie nazioni definiscono il governo della maggioranza – non sono stati i partiti quale espressione dell’elettorato ma i mercati (che elargiscono denaro ai vari governi) attraverso istituzioni sovranazionali ad hoc, come la Commissione europea, i ferri del mestiere delle forze di globalizzazione. Di fronte a questi scenari a che serve votare?, ci si domanda. I programmi elettorali vengono regolarmente riscritti dai sacerdoti della globalizzazione.

Ebbene, forse a restituirci la voglia di usare quelle schede ultimamente lasciate in bianco, la soluzione per salvare la democrazia e reinventarla nel contesto moderno, è la stipulazione di un contratto di lavoro per governare, contratto tra partiti che rappresentano distinte realtà elettorali, eletti sulla base di promesse concrete e specifiche che il contratto affronta, non su piattaforme ideologiche. Come è successo in Italia. Un contratto che i leader dei due partiti italiani hanno firmato in nome di chi rappresentano, di chi li ha votati. L’onestà intellettuale richiede un’analisi spassionata e non di parte di quanto sta succedendo, anche se non ci si identifica con questo governo, ed è ciò che bisogna aspettarsi da intellettuali, economisti, politologi e così via.

Che questo governo italiano piaccia o non piaccia, che i toni siano spesso sopra le righe, che i due partiti siano più che nazionalisti profondamente tribali, che la manovra economica non sia poi così espansiva come si crede, tutto ciò è irrilevante. Se l’esperimento riesce allora siamo davanti a una svolta politica storica, che ridisegna l’istituzione e il funzionamento della democrazia per rilanciarla quale espressione della volontà popolare dello Stato nazione all’interno di una realtà globalizzata, ormai altamente competitiva e ostile. Un nuovo contrattato sociale ad hoc, rinegoziabile a ogni elezione, che rimpiazzi il cadavere della vecchia democrazia: l’alternanza di governo.

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