Il caso #MeToo ha travolto anche Google. Sono stati migliaia i lavoratori del colosso del web sparsi in tutto il mondo che il primo novembre hanno protestato, lasciando le loro scrivanie alle 11.10 e scendendo in piazza. A scatenare la sommossa i fatti rivelati una settimana fa dal New York Times. Secondo il quotidiano americano l’azienda avrebbe coperto un alto dirigente accusato di molestie, chiedendogli di dimettersi ma assicurandogli la buonuscita di 90 milioni di dollari.

La storia – Ricostruita dal giornale in base a decine di testimonianze e a documenti interni, risale al 2013. Una donna denuncia il ‘padre’ di Android, Andy Rubin, accusandolo di averla costretta a fare sesso orale in una camera d’albergo. Google indaga sulla vicenda, ritenendola credibile. Un’accusa pesante per la quale, però, non vengono presi provvedimenti, anzi. A Rubin viene chiesto di andarsene autonomamente e gli viene riconosciuta una somma consistente per uscire dall’azienda. 90 milioni di dolari. Dopo 10 anni a Mountain View, il dirigente nel 2014 se ne va, addirittura elogiato da uno dei due fondatori del colosso, Larry Page, come “colui che ha inventato qualcosa di incredibile”, cioè il software per dispositivi mobili più diffuso al mondo.

Inoltre, sempre secondo il quotidiano statunitense, dall’anno della nascita del colosso tech, nel 1998, Page e il co-fondatore, Sergey Brin hanno favorito una ‘cultura della permissività’ sul luogo di lavoro. Rubin infatti non sarebbe l’unico. Secondo il Nyt anche Rich DeVaul, responsabile di ‘X’ – la divisione del gruppo dedicata ai progetti futuristici come i palloni per la diffusione di internet e i droni per le consegne a domicilio – nel 2013 avrebbe fatto delle avances a una donna che faceva domanda per un posto di lavoro nel gruppo. Un’accusa confermata mercoledì 31 ottobre da Alphabet, casa madre di Google, che ha specificato che “ha lasciato l’azienda senza ricevere alcuna identità”.

Le 200 organizzatrici della protesta non hanno manifestato solo per le rivelazioni del Nyt, ma soprattutto per chiedere un cambiamento nel modo in cui la compagnia tratta le donne. Ad oggi, infatti, Google, secondo una clausola detta dell'”arbitraggio obbligatorio” si impegna a risolvere i casi di molestia o di discriminazione internamente all’azienda, e non in tribunale. Una modalità che non va giù alla maggior parte delle dipendenti, che il primo novembre sono scese in piazza. “Non sono in ufficio perché sto marciando in solidarietà con altri ‘googler’ e collaboratori contro le molestie sessuali, i comportamenti scorretti e la mancanza di trasparenza”, hanno scritto molte lavoratrici in un bigliettino lasciato sopra la scrivania.

Ad appoggiare la contestazione anche l’amministratore delegato, Sundar Pichai, che in una mail ai dipendenti ha sostenuto l’azione e difeso il diritto a protestare.L’ad ha poi assicurato il “pugno di ferro” dell’azienda sui casi di molestie sessuali, ricordando i “48 casi di persone, tra cui 13 top manager, licenziate per molestie sessuali, ma senza una buona uscita”.

Il primo novembre, intanto, sono state moltissime le foto postate dai partecipanti alla manifestazione sui social, tanto che l’hashtag #GoogleWalkout, quello ufficiale della protesta, è diventato in poche ore trending topic su Twitter. “Il comportamento al quale passi accanto è il comportamento che accetti”, si legge.

 

O ancora in un cartello: “Cosa faccio a Google? Lavoro ogni giorno così che la compagnia possa permettersi di dare 90 milioni di dollari ai dirigenti che hanno molestato sessualmente una mia collega”.

 

A partecipare alla “Walkout for real change” sono stati in migliaia da Dublino a Singapore, da Londra a Tokyo, ma anche a Berlino, Zurigo, Haifa e Gerusalemme.

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