I 58 Stati della regione dell’Asia e del Pacifico, l’area del globo più dinamica e densamente abitata, ospitano oltre quattro miliardi di persone, quasi il 60% della popolazione mondiale. La metà di costoro vive in città. L’Asia ospiterà anche un’ampia fetta della futura crescita della popolazione mondiale che vivrà nei centri urbani: nei prossimi 20 anni la sola India contribuirà con 404 milioni di nuovi abitanti urbani. Le 17 mega-città, con una popolazione superiore a dieci milioni di abitanti, diventeranno 22 nel 2030, ma la sfida della sostenibilità urbana si concentrerà soprattutto nelle città di piccole e medie dimensioni, che ospiteranno quasi il 90% della crescita della popolazione urbana.

La qualità ambientale e la qualità della vita in città sempre più dense ed espanse possono migliorare solo conservando e ripristinando le loro componenti naturali. Le foreste e gli alberi possono svolgere un ruolo importante in questo processo, poiché possono fornire un ampio spettro di servizi eco-sistemici che vanno dal settore ambientale a quello socio-economico. Senza contare che due popoli del mondo su tre vivono in Asia e, con la crescente migrazione dalle aree rurali a quelle urbane, diventa essenziale garantire che questa ampia diversità di conoscenze e tradizioni sia valorizzata nella pianificazione, nella progettazione e gestione delle foreste urbane.

Sulla base di queste considerazioni, i Paesi dell’area hanno concordato il Seoul Action Plan, finalizzato ad aumentare almeno del 10% le superfici verdi pubbliche a disposizione di ogni cittadino entro dieci anni (città più verdi). In questo orizzonte di tempo, c’è anche l’impegno a raddoppiare la funzione di filtro dell’inquinamento atmosferico delle foreste urbane e delle aree verdi, aumentando le loro dimensioni e connettività e ottimizzando la loro struttura (città più pulite). A ridurre l’isola urbana di calore operando sulle superfici pavimentate e semi-pavimentate di almeno 1°C nell’ora di massima insolazione (città più fresche). Ad aumentare gli spazi forestali a uso ricreativo e sportivo, con attività in grado di migliorare la salute fisica e mentale dei cittadini (città più salubri). A sviluppare politiche educative sul merito delle foreste e degli alberi in un quadro di equa distribuzione delle risorse verdi (città più inclusive). A conservare ed eventualmente ricreare la diversità naturale degli spazi verdi, attraverso la connessione dei paesaggi naturali e urbani (città più biodiverse). A incorporare la trasformazione grigio-verde nelle strategie di crescita economica, promuovendo il green business e i green jobs (città più ricche). A elaborare politiche di aumento della resilienza nei confronti dei disastri naturali e di adattamento climatico (città più sicure).

L’Unione Europea ha da tempo intrapreso politiche di incentivo del verde urbano nell’ambito del Settimo programma quadro con lo slogan “Vivere bene entro i limiti del nostro pianeta”, ma senza la furia con cui preserva il rispetto dei decimali nelle manovre congiunturali dell’economia finanziaria. Le ultime tendenze di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, sembrano invece orientate soprattutto agli investimenti nella sicurezza, intesa soltanto come controllo del territorio nei confronti della criminalità e dell’immigrazione. Così come stanno facendo gli Stati Uniti. Anche se è probabile che né l’Europa, né gli Usa assisteranno a fenomeni così intensivi d’inurbamento come quelli attesi in Asia: nel 2020 l’80% dei cittadini europei vivrà in città, quasi l’85% negli Stati Uniti. E trascurare le politiche intelligenti del verde urbano non è l’idea migliore sotto tutti profili: ambientale, economico e sociale.

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